Veritometro: Pisapia e i referendum verdi di Milano









"Rispetteremo la volontà dei cittadini, coinvolgendo il consiglio comunale"




Giuliano Pisapia. 14 giugno 2011



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Tra maggio e giugno scorso sembrava davvero che a Milano il vento fosse cambiato. Non solo per l'elezione di Giuliano Pisapia, dopo un ventennio di forzaleghismo, ma anche per il successo dei cinque referendum "verdi" promossi dalle associazioni cittadini.

Ricordate? Con un affluenza di quasi il 50% (comunque superiore al 30% richiesto) i milanesi dissero un convinto "sì" a più verde pubblico, conservazione del Parco sull' area Expo, politiche di risparmio energetico e azioni contro traffico e inquinamento (compreso l' allargamento di Ecopass).

Il neo-sindaco, che aveva sostenuto i quesiti, aveva salutato con favore il risultato:

«un ottimo segnale della voglia dei cittadini di dare il proprio parere su temi cruciali per la qualità della vita. Il mandato che arriva è molto chiaro. Ora Milano si candida a essere la città più verde d' Europa per quanto riguarda le politiche ambientali, il traffico, il risparmio energetico, la mobilità e la qualità dell' aria. Noi rispetteremo la volontà dei cittadini, coinvolgendo il consiglio comunale nelle scelte fondamentali per il futuro della città»

A quattro mesi di distanza si constata purtroppo un'altra promessa non mantenuta da parte del sindaco - dopo quelle sul "wi-fi gratuito nei primi 100 giorni" e il no ai doppi incarichi (che è durato il tempo di un Tabacci).

"Rispettare i referendum" non significa necessariamente varare misure coerenti con le richieste dei promotori -come spiega infatti il sito del Comune:


“Qualora la proposta sottoposta a Referendum sia stata approvata, l’Organo Comunale competente si pronuncia con votazione sull’oggetto della consultazione entro 60 giorni

Una semplice votazione: tanto basterebbe per rispettare le regole, e la volontà dei cittadini. Una votazione che però non è ancora arrivata, a ben 120 giorni di distanza dal 15 giugno. Come spiegano bene i promotori dei quesiti:

I referendum milanesi erano “consultivi di indirizzo”, ovvero, a differenza di quelli nazionali, privi di efficacia abrogativa o normativa. Il Regolamento dà al Comune 60 giorni per definire un programma di attuazione, avendo oltretutto facoltà di modificare gli obiettivi, sia pure con motivazione esplicita. Questo termine è scaduto il 6 ottobre, e i cittadini a quella data non hanno visto alcun programma. Dal punto di vista pratico la vittoria del “Si” dunque rischia di impantanarsi in procedure rese faticose dalla vischiosità del sistema politico e dalla scarsità di risorse. Anche se al primo dei 5 referendum, quello dedicato al controllo del traffico, la revisione dell’Ecopass darà di sicuro qualche risposta parziale. (..) Non dimentichiamo che in ambito europeo per quanto riguarda la qualità dell’ambiente Milano arranca nelle retrovie. L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha emesso recentemente una classifica che, mettendo sulla bilancia traffico, trasporti pubblici, verde, risparmio energetico, ovvero quasi tutti i temi del nostro referendum, inchioda Milano al sedicesimo e penultimo posto (all’ultimo c’è Roma) su diciassette città esaminate.Dunque questo è il vero problema: se vogliamo poterci confrontare con altre città europee più virtuose ci dobbiamo anche rendere conto che la buona qualità dell’ambiente è dovunque il frutto di decenni di buon governo e di investimenti mirati, cose entrambe mancate nella “Milano del fare”, non di interventi-lampo o da quattro soldi, che è ciò che ci possiamo permettere ora. (..) A questo punto la Giunta comunale dovrebbe guardare con rispetto ai referendum milanesi. Questi non rappresentano un’utopia un po’ velleitaria, da idealisti o radical-chic, ma la mappa di un percorso preciso, faticoso e obbligato che non potremo comunque fare a meno di percorrere.

Dopo soli quattro mesi, il bilancio veritometrico del sindaco Pisapia tende già verso il rosso con una sola promessa mantenuta su quattro.

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