Esteri, speciale Kurdistan iracheno: rischio escalation e interessi petroliferi

Non c’è pace per il Kurdistan. E tantomeno per l’Iraq. Ieri gli F16 turchi hanno effettuato altri bombardamenti sulle montagne del Kurdistan iracheno, la regione settentrionale dell'Iraq che confina con la Turchia. L’obiettivo erano le basi dei guerriglieri del Pkk, responsabili di una serie di attacchi contro obiettivi militari turchi che avevano causato la morte di 24 soldati.

Su queste pagine abbiamo già parlato della difficile situazione dell’Iraq del Nord: un’area con un equilibrio interno estremamente fragile. La ricostruzione e il passaggio a una vita normale sono costantemente in bilico. Se a Baghdad gli attentati dinamitardi continuano a mietere vittime, il Kurdistan iracheno è alle prese con forti tensioni con i confinanti Iran e Turchia.

Sulle montagne del Nord Iraq trovano infatti rifugio i guerriglieri del Pkk e del Pjak, rispettivamente il partito armato dei curdi di Turchia e Iran; dalle loro basi sulle montagne del Kurdistan iracheno, i due gruppi guerriglieri conducono azioni militari oltre il confine, provocando rappresaglie e reazioni di Ankara e Teheran. Le conseguenze sono incursioni in Nord Iraq delle forze armate iraniane e turche o bombardamenti come quelli di ieri (che si sono pesantemente intensificati negli ultimi tre mesi) che, oltre alle basi dei guerriglieri, colpiscono spesso anche i villaggi di confine mietendo vittime civili.

Per il Governo del Kurdistan iracheno la presenza dei guerriglieri rischia di diventare una spina nel fianco e, soprattutto, un formidabile pretesto per le mire espansionistiche di Iran e Turchia. Ankara ha già invaso più volte il territorio dell'Iraq del nord, con l'obiettivo dichiarato di stanare i guerriglieri del Pkk.

In passato, l'opposizione degli Usa aveva costretto i militari turchi a fare marcia indietro e ritirare truppe e blindati dal territorio iracheno. Ma oggi che Ankara scalpita sulla scena internazionale per ritagliarsi un ruolo da protagonista, il rischio di nuove invasioni e maggiori ingerenze in Iraq potrebbe farsi più concreto. A inizio ottobre, il Parlamento turco ha infatti approvato le operazioni militari oltre confine in territorio iracheno, con lo scopo di colpire le basi dei guerriglieri curdi.

Secondo il deputato del Parlamento federale del Kurdistan iracheno Omar Hawrami, che abbiamo incontrato la scorsa settimana, la soluzione al problema dei curdi non si risolve con la guerra. Il governo del Kurdistan iracheno ha incentivato trattative tra Pkk e Turchia e tra Pjak e Iran, per chiedere la proclamazione di tregue.

Le tregue però, non sono la soluzione definitiva; Hawrami è consapevole che è necessario un tavolo diplomatico e una serie di intese. Intanto, però, le bombe continuano a cadere, i guerriglieri continuano a sparare, mentre la situazione dei curdi non trova una soluzione.

I curdi sono uno dei popoli senza patria del Medio Oriente. Sono circa 20 milioni in Turchia, 10 milioni in Iran, 6 milioni in Iraq e 2 milioni in Siria. L'Iraq è il primo Stato in cui i curdi sono riusciti a guadagnare una propria autonomia, con un Governo federale e un Parlamento legittimamente riconosciuti da Baghdad e inseriti nell'architettura istituzionale dello Stato iracheno.

Era una formula obbligata per la giovane repubblica irachena, uscita dall'occupazione americana del Paese: il Nord Iraq, infatti, era già un'entità autonoma sin dagli anni successivi alla Guerra del Golfo del 1991. La no-fly zone istituita dalla Nato sulle regioni petrolifere del Nord del Paese aveva garantito ai curdi la possibilità di governarsi liberamente al riparo dalle persecuzioni di Saddam. Nel 2003, i curdi iracheni sono stati tra i più strenui alleati dell'invasione Usa, fornendo supporto militare e, soprattutto, un formidabile punto d'appoggio logistico nel Nord del Paese.

Oggi, il Kurdistan iracheno si comporta quasi come uno Stato a sé, seppur inserito nelle strutture federali dell'Iraq. Intrattiene inoltre rapporti commerciali con diversi Paesi, tra cui l'Italia. Tuttavia, la maggioranza araba del resto del Paese non sempre ha dimostrato di apprezzare l'autonomia concessa ai curdi. Emblematico è il caso di Kirkuk: città ricchissima di risorse petrolifere e sottoposta a un processo di arabizzazione forzata da Saddam Hussein.

Non a caso definita la “Gerusalemme irachena”, Kirkuk rischia di trasformarsi in una polveriera per le fortissime tensioni tra gli arabi immigrati quando era al potere Saddam e i curdi che vi hanno fatto ritorno dopo la fine del regime. Dopo la caduta di Saddam e il ritorno dei curdi, il catasto cittadino è improvvisamente stato distrutto da un incendio; impossibile riuscire a stabilire a chi appartengano case e proprietà, difficile riuscire a capire quale gruppo etnico possa rivendicare più diritti sulla città. Un referendum per definire lo status della città viene continuamente annunciato e rinviato, lasciando così irrisolta una situazione potenzialmente esplosiva.

Ma a Kirkuk ci sono interessi troppo forti. La città siede sul petrolio, come quasi tutto il Kurdistan iracheno. E qui sta il punto: in Nord Iraq, o Kurdistan iracheno che dir si voglia, è concentrato il 70% del petrolio dell’Iraq, che a sua volta è il secondo produttore di petrolio del Medio Oriente. Con questi dati è facile capire le tensioni interne e, soprattutto, quelle esterne.

E’ facile sospettare che l’obiettivo di Iran e Turchia non sia solo colpire i guerriglieri e prevenire la nascita di un grande Kurdistan, ma forse anche mettere le mani sulla regione e le sue risorse.

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