Dopo il 15 ottobre e prima del 23 in Val di Susa: riflessioni interne al movimento


Dei fatti di Roma sappiamo più o meno tutto - resta da capire dove fossero sabato il ministero dell'interno e il questore di Roma - siamo stati inondati di parole e immagini su scontri, risse e dibattiti da bar su "er Pelliccia", al cui proposito ieri su twitter girava questo aneddoto: "Oggi a Roma ha piovuto così tanto che se c'era "er pelliccia" tirava gli ombrelli".

Al di là di umorismo e disgrazie romane del 15 ottobre resta una riflessione molto accesa e costruttiva all'interno del cosiddetto movimento, che di quella giornata non riuscita come voluto è giusto si prenda le sue responsabilità. Prima questione, di cui trovate una lunga esegesi sul blog dei Wu Ming con gli oltre 400 commenti: la distinzione tra massa e i pochi facinorosi non regge più.

La realtà sembra un'altra rispetto a quella descritta dai media mainstream, ovvero che c'è una parte attiva di questo movimento che non esclude nella protesta la pratica violenta. Quindi è giusto che queste due anime si confrontino e non fingano che non esiste l'altra parte: altrimenti finisce come a Roma.

Immagine|06blog

In questi giorni nelle pagine in fondo a Il Manifesto e sul blog di Micromega si è sviluppato un dibattito molto interessante su questo tema. Ieri, per esempio Bifo in un pezzo dal titolo "Mantra del sollevarsi" considerava che


Leggo che alcuni si lamentano perché gli arrabbiati hanno impedito al movimento di raggiungere piazza San Giovanni con i suoi carri colorati. Ma il movimento non è una rappresentazione teatrale in cui si deve seguire la sceneggiatura. La sceneggiatura cambia continuamente, e il movimento non è un prete né un giudice. Il movimento è un medico. Il medico non giudica la malattia, la cura.

Chi è disposto a scendere in strada solo se le cose sono ordinate e non c’è pericolo di marciare insieme a dei violenti, nei prossimi dieci anni farà meglio a restarsene a casa. Ma non speri di stare meglio, rimanendo a casa, perché lo verranno a prendere. Non i poliziotti né i fascisti. Ma la miseria, la disoccupazione e la depressione. E magari anche gli ufficiali giudiziari.

Riflessione tutta da discutere, ma che offre degli spunti reali e interessanti sul problema. E' giusto restare a casa se le cose non vanno esattamente come si voleva o i contenuti della protesta sono più importanti?

Sempre ieri su Il Manifesto Christian Raimo (scrittore) metteva in guardia dai rischi dello spontaneismo in piazza:

Indire una manifestazione che avesse come collante un sentimento comune come l'indignazione porta in piazza per lo spazio di un pomeriggio persone che in realtà pensano (e provano) cose molto differenti: grillini e Acrobax, radicali e Teatro Valle, umanisti e Fiom. L'ultima volta che si era vista una manifestazione così grande, convocata a livello internazionale, era stato per la guerra in Iraq.

L'impressione che molti hanno avuto è che si sia verificata una doppia strumentalizzazione. Chi voleva alzare il livello dello scontro si è fatto scudo di un corteo che per la sua stragrande maggioranza non aveva nessuna intenzione di sfilare con chi spaccava vetrine. Chi voleva una manifestazione superpacifica non aveva realizzato fino a oggi che esprimere indignazione non può semplicemente equivalere a scrivere un «non mi piace» su facebook, ma richiede una quota di responsabilità, l'obbligo di schierarsi, di prendere posizione - letteralmente - in una piazza che definisce addirittura in senso geografico la tua identità politica.

La scusa per questo - chiamiamolo in maniera eufemistica - fraintendimento, ma che è appunto stata una reciproca strumentalizzazione, si è chiamato finora spontaneismo. (..)A partire da qui si devono elaborare nel più breve tempo possibile le risposte alle questioni che questo movimento continua a porre senza proporre soluzioni credibili però: la questione del governo e quella della rappresentanza.

Se volete leggere la versione integrale la trovate qui.

Raimo mette il movimento davanti a precise responsabilità senza le quali non c'è un futuro e non ci sono risultati: guardarsi dentro e fare i conti con tutte le anime interne.

Oggi invece sempre all'interno dello spazio di dibattito nelle ultime de Il Manifesto - bella idea- è intervenuto Guido Viale, mettendo l'accento sull'occasione persa per una vera protesta che non durasse lo spazio di un pomeriggio ma si desse dei tempi e degli obiettivi più ambiziosi:

Che cosa sarebbe successo, infine, se quel corteo avesse potuto proseguire tranquillamente il suo percorso e concludersi, come avremmo voluto, in Piazza San Giovanni? Nessuno, nei media, se lo è chiesto. Ne sarebbe seguita un’acampada di centinaia di tende – e non di quelle poche decine che hanno fortunosamente trova- to un’alternativa in Piazza Santa Croce in Gerusalemme - tante da rendere difficile il loro sgombero e quasi automatica una loro crescita e un continuo rinnovamento. Un problema in più per l’establishment! Tale da poter concludere che, da come sono finite le cose, gli è proprio andata nel migliore dei modi.

Alle porte di un corteo in Val di Susa che si preannuncia teso - ma non quanto vogliono far credere i telegiornali di questi giorni - sono domande ineludibili per un movimento che in quanto tale non può avere capi e capetti così come non può essere organico e armonico: ma ha il dovere - perchè la battaglia abbia un valore reale - di fare i conti con se stesso e guardarsi all'interno, altrimenti si andrà avanti ad oltranza con la presa in giro dei cento facinorosi - o con le interviste alla nuova specie black block talebana di Repubblica - non capendo la necessità di dare rappresentanza a tutta questa rabbia sociale.

Nel frattempo i promotori di #occupy non si fermano e rilanciano una protesta globale per il 29 ottobre.

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