Oggi i No Tav in Val di Susa, dopo la Fiom di Piazza del Popolo e i Black bloc di Piazza San Giovanni. Cui prodest?

C’è attesa per la manifestazione odierna in Val di Susa contro la costruzione della linea Torino-Lione ad alta velocità. I No Tav hanno annunciato che sarà una giornata di disobbedienza civile e pacifica.

L’attesa, specie dei media, non è sui motivi della protesta, per altro ben noti, ma sulla possibilità che succeda quel che è già successo sabato scorso a Roma, cioè il caos. Se in Val di Susa, com’è auspicabile, tutto filerà liscio, allora la notizia scomparirà dalle prime pagine dei giornali e nessun tg riterrà la manifestazione degna di nota.

Un operaio che protesta e minaccia di gettarsi dal Colosseo fa notizia. Un milione di persone in piazza con le bandiere della Cgil, no. E’ solo una deformazione della comunicazione che privilegia il sensazionalismo o è una scelta politica? L’uno e l’altro.

La riflessione critica e autocritica deve però riguardare anche l’altra parte, cioè gli organizzatori delle proteste. A parte la inammissibile violenza dei Black bloc, ampiamente trattata anche da Polisblog, c’è da dire che a proteste e scioperi serve una … “disciplina” interna, una “autoregolamentazione” politica da parte dei promotori. Non basta il sacrosanto diritto a manifestare per difendersi e rispondere agli attacchi del governo e/o padronato per incrociare le braccia e scendere in piazza. La protesta è sempre un atto politico e politicamente va giudicata.

Chi si ricorda del sit-in della Fiom a Piazza del Popolo di venerdì 21 ottobre? Nessuno. I media lo hanno snobbato giudicandolo un flop, a cominciare dal numero dei partecipanti: 12 mila per la Fiom, mille per gli altri. I numeri esprimono sempre un dato politico e in questo caso esprimono la difficoltà della Fiom e della stessa Cgil dentro un sindacato ridotto a pezzi sul piano unitario. Esaltarsi perché il minicorteo ha beffato il divieto di Alemanno è ben poco cosa. Esaltarsi perché sul palco il microfono della Fiom si è aperto, oltre che ai lavoratori Fiat e Fincantieri, anche a quelli della Iribus di Avellino e della Menarini di Bologna e agli Indignati non aggiunge niente al nodo politico.

Stefano Rodotà dal palco ha sostenuto l'allarme per la riduzione dei diritti costituzionali. Per Rodotà, c'è una strategia comune a molti poteri che tende a violare i diritti costituzionali fondamentali. Non solo il diritto al lavoro, dice Rodotà, ma soprattutto il diritto a manifestare, del quale il corteo è parte integrante. "E non può l'atto burocratico di un sindaco, ma neppure una normativa, limitarne il ricorso”. Corteo e piazza, per Rodotà, sono segmenti di uno stesso inviolabile diritto costituzionale, quello sancito dall'articolo 21. Nessuno può imporre, neppure per questioni di ordine pubblico, limiti a questi diritti inalienabili.

Parole sacrosante. Ma il sostegno dei 1000 di Piazza del Popolo è la risposta adeguata? Su questo si deve discutere. E preparare una risposta (di piazza) di tutt’altro tenore e peso organizzativo e politico.

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