Rassegna stampa estera: gli italiani, tra povertà e nuove migrazioni


A parte Berlusconi (di cui tantissimi giornali stranieri chiedono le dimissioni), che ne è dell'Italia? I media d'oltralpe che provano a guardare dentro lo stivale sembrano trovarci ormai solo disagio e voglia di scappare.

Secondo il Financial Times ad esempio "In tempo di austerity l’Italia dice ciao alla dolce vita":

In un paese dove le piccole e medie imprese costituiscono la spina dorsale della produzione nazionale, gli imprenditori, insieme con i lavoratori del settore pubblico sono i due pilastri della classe media italiana. In un recente sondaggio svolto dall’istituto di ricerca Demopolis, solo il 7% degli italiani intervistati ritengono che la situazione economica della propria famiglia sia migliorata negli ultimi tre anni, rispetto al 45% che vede invece le proprie condizioni di vita peggiorate.

“Lo studio rivela il progressivo impoverimento del reddito fisso della classe media del nostro Paese”, afferma Pietro Vento, direttore dell’Istituto. Quelli che poi lottano al di sotto della già tartassata classe media sono l’11% delle famiglie italiane, che lo scorso anno hanno guadagnato meno di 992 euro al mese (la soglia di povertà), secondo l’Istat, l’ufficio nazionale di statistica. L’Istat ha notato un lieve aumento di famiglie che affondano nella povertà e che dipendono dal reddito di un membro della famiglia con un grado di istruzione maggiore. “Stiamo perdendo la classe media. Rischiamo di avere, in futuro, una minoranza di ricchi e una massa sconfinata di neo-proletari”, scrive Gian Maria Fara, presidente dell’istituto di ricerca Eurispes.

NOS ha raccontato agli olandesi la "nuova migrazione verso il Nord":

Proprio come subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, i giovani lasciano le loro città e villaggi per cercare fortuna al Nord o al centro del Paese. Se prima a lasciare la campagna per le fabbriche di Torino e di Milano erano italiani con un basso livello d’istruzione, spesso analfabeti, ora sono giovani istruiti ad allontanarsi con il pianto nel cuore. Il risultato è il progressivo invecchiamento della popolazione e il drammatico declino della crescita demografica. Nel giro di dieci anni la popolazione di Napoli è diminuita di 108.000 unità, quella di Palermo di 29.000 e quella della città di Bari di 15.000. Le città a Nord di Roma hanno invece continuato a crescere costantemente. (..)

Molti giovani italiani altamente qualificati però non trovano quello che cercano neanche al Nord. Il mercato del lavoro è fermo, la pubblica amministrazione non assume quasi più nessuno e nelle università non si fa altro che tagliare. Ecco perché sempre più giovani decidono di voltare le spalle all’Italia ed emigrare in Paesi del Nord Europa o negli Stati Uniti. Il risultato finale di questa migrazione verso il Nord si traduce in una fuga di cervelli, fenomeno che in futuro costerà caro all’Italia.

Sullo stesso registro l'articolo di Philippe Ridet di Le Monde:

La storia si ripete, ed è un brutto segno. Di fronte alla crisi economica ed alla povertà, gli italiani del sud riprendono la via dell’emigrazione. Cinquecentottatamila persone hanno lasciato il Mezzogiorno negli ultimi dieci anni. Napoli ha perso 108 000 abitanti, Palermo 29 000, Bari 15 000. Nel 2010, 134 000 terroni (come li chiamano i simpatizzanti della Lega Nord) si sono trasferiti al Nord e 13 000 sono emigrati per stabilirsi all’estero. Queste le cifre allarmanti pubblicate martedì 27 settembre dallo SVIMEZ, l’ente che monitora l’economia del mezzogiorno italiano dal 1946. “Se non si farà qualcosa, assisteremo ad un vero e proprio tsunami demografico”, questa la conclusione del rapporto. I giovani tra i 15 e i 34 anni rappresentano la fetta più grande di questo nuovo esodo. Se ci sarà un’inversione di tendenza, all’alba del 2050 nel sud Italia rimarranno solamente 5 milioni di questi giovani, contro i 7 di oggi. Gli ultra 75enni rappresenteranno allora il 18.4% della popolazione totale, contro l’odierno 8.3%. Le motivazioni sono evidenti. Al Sud, dove il tasso di disoccupazione giovanile tocca il 31.7%, le proiezioni di crescita nel 2011 non superano lo 0.1%, mentre per l’Italia dovrebbero essere dello 0.7%. Solo l’agricoltura offre ancora qualche attività. L’industria, molto semplicemente, corre il rischio di estinguersi.

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