Pd, vocazione all'autolesionismo. Bersani cade nella "trappola" di Renzi

Di là, nel Pdl, parla e comanda uno solo. Di qua, nel Pd, parlano in troppi e ognuno rema per proprio conto. Il troppo stroppia, ovunque. Il Pdl, partito del padre-padrone, può morire di cesarismo. Berlusconi, rais o sultano fa lo stesso, ha dimostrato di saper vincere le elezioni ma di non sapere governare. Bersani, democratico riformista, ha dimostrato doti di buon “amministratore” ma non è stato ancora capace di affermare la sua leadership.

Il Pd, partito dall’amalgama non riuscita, rischia di rimanere impantanato nella ricerca di identità e negli eccessi di personalismi di capi e capetti dediti a coltivare l’arte della divisione. Tutti giurano di non volere le correnti ma in molti non fanno altro che allevare gruppi e gruppetti in una gara al logoramento del capo di turno, mai riconosciuto anche se legittimato da moltitudini di militanti in fila davanti ai gazebo delle primarie.

Quindi nel Pd non c’è un capo carismatico, ma non c’è neppure un segretario riconosciuto dalla maggioranza del partito. Da ciò deriva la difficoltà di formulare e attuare una linea politica condivisa. Così la normale dialettica politica interna si trasforma in cannibalismo, caos permanente, disorientamento e sfiducia della base, alleanze ad uso e consumo dei rapporti di forza interni.

Emanuele Macaluso, per decenni ai vertici del Pci con Togliatti, Longo e Berlinguer, propone: “Bersani dovrebbe riunire la Direzione e esporre, senza se e senza ma, qual è la strategia del Pd per affrontare questa fase della crisi, quali sono i problemi che vuole affrontare e quale sistema di alleanza prefigura per un governo di alternativa. Dopo chiedere un voto, verificare se c’è una maggioranza e, su quella base, operare. Le minoranze si definiranno anch’esse, non per età, ma per idee e progetti politici”.

Invece Pier Luigi Bersani cade nella trappola tesa da Matteo Renzi. Per dimostrare di non temere il giovane”rottamatore”, il segretario del Pd rinuncia ad appellarsi allo statuto del partito per essere l’unico pd in pista per la premiership: “Io mi candido. Renzi? Mi sfidi pure”. Acida e provocatoria la replica di Matteo Renzi dalla Leopolda: “Pure il segretario del Ps francese Martine Aubry ha corso alle primarie. E ha perso”.

Fra qualche mese, quando si commenterà il perché della ennesima sconfitta elettorale del Pd e della coalizione di centro-sinistra bisognerà ripartire da qui. E’ l’insostenibile leggerezza del Pd e del centrosinistra la carta vincente di Berlusconi. Quando si dice la vocazione all’autolesionismo.

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