Governo Monti? "Stanare" Berlusconi e il Pdl. No al veto incrociato dei partiti

In queste ore arroventate, dopo un primo apparente segnale positivo, la politica torna a ciurlare nel manico. E in questo, nessuno è più solerte e bravo del Cavaliere.

Dietro il paravento del governo tecnico si cela la sostanza politica e tutti gli interessi relativi. Ora, al di là delle etichette, un governo che deve partire da una leadership individuata e indicata dal presidente della Repubblica e deve passare attraverso il confronto e il voto parlamentare per realizzare un programma di riforme, è sempre “politico”. Anche perché è chiamato a gestire la “res publica” di una nazione in un contesto internazionale e non una azienda privata.

Nell’ipotesi Monti, come scrive oggi Stefano Folli sul Sole 24 Ore “Più che di larghe intese, si deve parlare di una convergenza senza veri accordi fra i partiti: un obbligo imposto dalle circostanze”.

E i partiti, per lo più impegnati a garantire gli interessi di parte rispetto a quelli generali del Paese, stanno affinando gli artigli per condizionare il candidato premier, per mettere paletti sul programma e imporre nomi per occupare poltrone che rassicurino consensi, interessi e privilegi. Questo è il gioco di queste ore, soprattutto (ma non solo) di Berlusconi e del Pdl, decisi a imporre ipoteche sul nuovo governo.
Ecco perché, di fatto, il Pdl vuole caratterizzare politicamente come partito (programma e uomini decisi dal Cavaliere) un esecutivo che si vuole etichettare come tecnico. Se passa questa linea, cioè il ricatto di Berlusconi, anche gli altri partiti saranno costretti ad adeguarsi avviando la danza dei veti incrociati e il governo Monti muore prima di nascere. Allora?

L’unica via d’uscita è lasciare il pallino in mano al capo dello Stato: dimissioni immediate di Berlusconi da premier, incarico a Monti che deve andare subito in Parlamento con la lista dei ministri gelosamente custodita in tasca, fuori da indicazioni, forzature e ricatti di chicchessia. Data la situazione, Monti non può che presentarsi con programma e uomini che segnino la discontinuità rispetto all’attuale governo.

Poi il Parlamento decide. Prendere o lasciare. Si risponde al Paese. Saranno quindi gli italiani a giudicare. E le conseguenze, qualunque esse siano, saranno politiche, non tecniche.

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