Maturità 2013: "Stato, mercato e democrazia" svolgimento del saggio breve per l'ambito socio-economico

La vera difficoltà di una traccia come questa è rimanere concentrati e non perdersi in complicate elucubrazioni.

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Tipologia B, sagio breve socio-economico, lo svolgimento di Mirangela Cappello

Si discute spesso e volentieri (e in verità già da molti anni), del rapporto che intercorre o dovrebbe intercorrere fra economia e politica. O parimenti fra Stato e Mercato. Per i puristi dell'una o dell'altra materia, si tratta di un binomio che vede la predominanza della prima sulla seconda o viceversa, ma c'è anche chi le considera due rette parallele non destinate ad incontrarsi. Ipotesi alquanto improbabile, visto che quantomeno hanno un territorio comune di tutto rispetto che è quello dello Stato sociale.

Dire Stato, tuttavia, è dire tutto e dire niente, in quanto è necessario prima circoscrivere il suo campo di azione (almeno per il momento), facendolo collimare con un suo papabile fine ultimo: il benessere dei suoi cittadini. Come sostiene Raghuran G. Rajan ne I terremoti finanziari: "in una democrazia il governo (o la banca centrale) non può semplicemente permettere che le persone soffrano un danno collaterale per lasciare che la dura logica del mercato si esprima".

Si parla di regole. Regole mancanti e regole aggirate. O più precisamente di regole che la politica avrebbe l'obbligo morale di di dare all'economia, la quale è invece troppo spesso lasciata fare liberamente (e/o liberisticamente) il suo gioco. Ma laissez fare non è quasi mai sinonimo di sviluppo stabile, anzi. L'equazione che vuole il mercato libero anche sano e prospero è un'equazione amorale e imperfetta. Amorale perché vede una predominanza del benessere del mercato su quello dell'individuo, imperfetta perché il sacrificio societario talvolta non vale nulla. Anzi, innesca o peggiora una crisi finanziaria già esistente.

A fotografare questa condizione dal punto di vista anche psicologico è l'economista statunitense Paul Krugman che porta alla luce un aspetto più "interioristico" delle crisi: "Concentrarsi sul lungo termine significa ignorare l’enorme sofferenza che sta causando l’attuale depressione, le vite che sta distruggendo irreparabilmente [...] Se i lavoratori che hanno perso il posto da tempo si considerano inoccupabili, si determina una riduzione a lungo termine della forza lavoro".

Questa mania del programmare è un male comune, ma non è solo figlia dell'Occidente. In Cina si ha l'abitudine a creare piani quinquennali di sviluppo, urbanistica, implementazione del benessere socio-economico del paese e, dicono, anche degli individui che lo abitano. Ma poi questi individui-numeri, come vivono di fatto? Fuori dal paese del celeste Mao, nel West del mondo, si vive male e l'unica cosa che è diventata a lungo termine, come dice Krugman, è proprio la disoccupazione, con tutte le conseguenze del caso sulla qualità della vita e su felicità e prosperità delle persone.

Le regole servono. Sono la linfa vitale che anima un mondo che diversamente non saprebbe autoregolarsi. Lo diceva già il buon Thomas Hobbes nel suo De Cive, in fondo. Se l'uomo accetta di uscire dallo stato di natura in cui verte, lo fa perché in qualche modo è certo di perdere la libertà di agire guadagnando qualcosa di più sacro: la tranquillità di poter vivere. E questa tranquillità è proprio attraverso le regole dello Stato che si esplica e in nessun altro modo.

Mario Pirani, giornalista ed economista romano, va oltre. E rifacendosi al fortunato libro di Giorgio Ruffolo Il film della crisi, analizza le tappe del capitalismo (stavolta non mercato nudo e crudo) e delle sue alleanze con la democrazia (o Stato democratico che dir si voglia). Dopo una Fase dei Torbidi, che va dall'inizio del 900 fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, si passa all'Età dell'Oro, fatta di una sorta di "luna di miele" fra capitalismo e democrazia.

Questa fase è quella che rasenta un equilibrio fra politica ed economia, equilibrio che viene rotto dalla terza fase che è quella della liberazione dei capitali, ossia il Capitalismo finanziario. Gli argini degli accordi e dei patti in questa fase, quella contemporanea, perdono di valore e lo scontro fra soggetti non meglio identificati prende il via. Il tutto avviene nell'epoca della globalizzazione, della comunicazione di massa, della velocità degli spostamenti di uomini e mezzi economici.

Nonostante possa sembrare un'epoca dinamica e viva è in realtà l'era del fallimento, perché, tornando ad Hobbes, non esiste un Leviatano che dall'alto fa ordine e regola la vita comune. Se volessimo fare un parallelismo fra il filosofo britannico (ma anche tirando il ballo Locke, Kant e Spinoza) e il tema trattato, il destino futuro è ancora una volta lo stato di natura. Con una differenza però: i soggetti protagonisti potrebbero non essere persone fisiche, quanto piuttosto enti e persone giuridiche. O ancora persone fisiche nascoste dietro cariche istituzionali, con cittadini visti come entità-fantoccio. Il tutto in un mondo ci concorrenza sfrenata, come sostiene Zingales, che tuttavia auspica l'autocrazia come risoluzione di ogni problema, esasperando le tinte del discorso.

Viene quindi da chiedersi quale possa essere in questi scenari il futuro di noi individui, cittadini di Stati che periodicamente (e questo l'economia ci dice che è fisiologico) entrano in crisi. Crisi di mercato e democrazia però. Perché, che si vogliano vedere divise le due cose o meno, la morale della favola è che il loro destino è comune. Comprenderlo forse può aiutare a uscire dall'impasse e creare una nuova fase: quella della democrazia del benessere. Né più né meno che un welfare state globale, in cui si aggiunge un terzo soggetto al dualismo: l'essere umano.

Perché vivere allora se non per il raggiungimento di una felicità stabile ed etica che si possa tramandare anche alle generazioni che verranno?

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Anche Zingales per ispirare gli studenti

Crisi economica e malgoverno, disoccupazione e frustrazione delle aspettative, concorrenza e "populismo virtuoso", divaricazione tra capitalismo e democrazia: si può scrivere un po' di tutto in questo saggio breve.

La vera difficoltà è forse proprio quella di mantenere la sintesi e non perdere l'orientamento in un pelago di argomenti che si accavallano e che possono spingere a scrivere molto di più di quanto davvero non serva. Il titolo stesso della traccia è davvero molto vago.

C'è anche un articolo di Luigi Zingales tra gli spunti: l'impallinatore di Giannino elogia le virtù "democratiche" del capitalismo statunitense, rappresentate al meglio dalle normative antitrust.

In generale è difficile, in un tema del genere, mantenere a freno i propri convincimenti politici e giocare a carte almeno semicoperte (come di solito è prudente fare alla maturità) su un argomento trattato tanto al G8, quanto al bar sotto casa con la stessa animosità.";}}

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