Papa Francesco e la collegialità nella chiesa cattolica

Papa Francesco insiste sulla collegialità nella chiesa, sempre in armonia con la sede di Pietro.

Papa Francesco e la collegialità nella chiesa cattolica

Non è certo un mistero che fin dagli inizi del suo pontificato papa Francesco abbia dato un nuovo impulso alla collegialità della chiesa cattolica. Esempio lampante è la creazione della commissione di otto cardinali che lo aiutano nella gestione di alcuni aspetti della vita della chiesa, come anche nelle riforme.

Lo stesso Bergoglio è tornato su questo argomento lo scorso 29 giugno quando imponendo il pallio a trentaquattro Arcivescovi Metropoliti, ha detto:

Il Pallio è simbolo di comunione con il Successore di Pietro, «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione». E la vostra presenza oggi, cari Confratelli, è il segno che la comunione della Chiesa non significa uniformità. Il Vaticano II, riferendosi alla struttura gerarchica della Chiesa afferma che il Signore «costituì gli Apostoli a modo di collegio o gruppo stabile, a capo del quale mise Pietro, scelto di mezzo a loro». Confermare nell’unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato. Dobbiamo andare per questa strada della sinodalità, crescere in armonia con il servizio del primato. E il Concilio continua: «questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e universalità del Popolo di Dio» (ibid., 22). Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell’armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio. E questo deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenze: non c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze.

Francesco Arzillo, ospite del blog Settimo Cielo, così afferma a proposito della collegialità:

Cosa ci impedisce, poi, di immaginare un futuro in cui Roma manterrà la sua posizione centrale nella Chiesa, ma con una declinazione sempre più pluralistica sotto il profilo culturale e linguistico (con le conseguenti ricadute nei vari settori dell’agire ecclesiale)?

Non si avrebbe in questo modo un annacquamento della romanità, ma solamente l’ulteriore manifestazione dell’universalismo cattolico-romano, con modalità diverse allargate all’ecumene globale. Senza dimenticare che il cristianesimo è partito proprio da quel primo straordinario ambiente plurale e – per così dire – protoecumenico che è stato il Mediterraneo, con Roma al centro.

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