Egitto in rivolta permanente ma il potere resta sempre all'Esercito

In 29 mesi ininterrotti di manifestazioni l'Egitto non ha ancora intrapreso un reale percorso di rivoluzione democratica: il potere politico continua a sottostare a quello dell'establishment militare.

L'ultimatum televisivo al presidente egiziano Mohammed Morsi lanciato ieri sera alla tv di Stato dal generale Abdel Fatah al Sisi, ministro della Difesa, è stato accompagnato dallo svolazzare degli elicotteri su piazza Tahrir al Cairo, il cuore pulsante delle proteste esplose contro il governo dei Fratelli Musulmani.

In Egitto il potere passa necessariamente dall'Esercito: fu così con il colonnello Gamal Abd el-Nasser, secondo presidente della Repubblica dopo il colpo di stato del 1953, con il successore Anwar al-Sadat e con il generale Hosni Mubarak. Destituito l'ultimo dittatore, è stato il feldmaresciallo Mohammed Hoseyn Tantawi, Comandante in capo delle forze armate e del Consiglio Supremo delle forze armate, ad assumere il ruolo transitorio di Presidente d'Egitto, fino alla vittoria elettorale di Mohamed Morsi, primo "politico puro" a salire al potere nel paese dei faraoni.

Dalla caduta del re Farouq I l'Esercito egiziano ha detenuto il potere ininterrottamente, grazie anche ad abili mosse politiche, come ad esempio il rifiuto di sparare sulla folla, come ordinato da Mubarak nel 2011: una decisione che, di fatto, ha destituito dal potere lo stesso Mubarak ed ha aperto le porte del consenso popolare ai militari.

L'Esercito rappresenta in tal senso il vero nocciolo duro del potere politico, un nucleo immutabile non in grado di gestire direttamente il potere ma abilissimo a dettare modi e tempi della politica: lo stato d'emergenza, decretato da Mubarak nel 1981 in seguito all'assassinio del presidente Sadat, ha permesso per anni al dittatore egiziano di esercitare un controllo capillare dei media e delle masse, reprimendo spesso duramente il dissenso, ma dovendo comunque fare i conti con i generali dell'esercito perchè l'unica legge ad essere riconosciuta durante lo stato d'emergenza è stata la legge marziale.

Un potere che è innanzitutto economico: l'Esercito infatti decide in piena libertà entità e gestione del proprio ricchissimo budget, spesso a danno del resto del Paese, sempre più in crisi e sempre più dilaniato da disuguaglianze sociali che fanno necessariamente parte di un sistema di potere rigido e fortemente verticistico.

E' stato l'Esercito a concedere a Mubarak di avviare il processo di privatizzazione di molte società pubbliche, cosa che ha permesso un ulteriore arricchimento della famiglia del Presidente ma anche di molti personaggi vicini allo Stato maggiore, tra cui figli, parenti, amici: di fatto, secondo Trasparency International, l'indice di corruzione in Egitto colloca il paese al 118esimo posto su 174 nazioni (l'Italia è al 72esimo).

Contemporaneamente però è stato l'Esercito a rifiutarsi di eseguire l'ordine di Mubarak nel febbraio 2011, dando il colpo di grazia al dittatore egiziano; è stato sempre l'Esercito a prendere le redini del controllo politico dopo il crollo della dittatura, contestato dopo pochi mesi dai manifestanti di piazza Tahrir che chiedevano le elezioni. E' stato sempre l'Esercito a concedere il voto, ed è sempre l'Esercito a lanciare l'ultimatum al primo Presidente democraticamente eletto da un anno, ingraziandosi nuovamente gli umori della piazza.

E' l'Esercito l'establishment che si autoconserva dal 1953, il vero nocciolo duro del potere che, per il resto, è un semplice guscio vuoto: fino a quando Mubarak garantiva gli interessi economici dello Stato maggiore, la politica era affare diverso, marginale per i militari fino al 2011. Lo scenario di oggi più plausibile è descritto da Bernard Guetta, giornalista francese di Liberation:

"Allo stato attuale la teoria più plausibile è che Sisi voglia soltanto tirare fuori l’Egitto dall’impasse, imporre un compromesso per evitare il caos e accrescere la popolarità dell’esercito prendendo le parti dei manifestanti. In questo caso la “roadmap” porterebbe a nuove elezioni, che lascerebbero il potere in mano ai civili pur mantenendo il ruolo dell’esercito come garante dell’ordine e della stabilità."

Una soluzione non drammatica, nel breve periodo, ma che non garantisce quel minimo di democrazia stabile, piegando le scelte politiche alle urla della piazza (che pure un anno fa esultava, al Cairo, per l'elezione del salvatore islamista Mohamed Morsi) e che rinvia di poco una nuova rivolta.

Lo stato d'emergenza dal 1981 e la mobilitazione permanente del paese degli ultimi 29 mesi stanno strappando definitivamente il tessuto sociale dell'Egitto, mettendo a nudo il potere del vero Re delle piramidi: lo Stato maggiore dell'Esercito. L'ultima dimostrazione di questo sono le dimissioni notturne di ben 5 ministri dell'eseceutivo Morsi, che si possono leggere più come atti di obbedienza che non di crisi politica.

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