Beppe Grillo contro la Corte Costituzionale per il no all'abolizione delle province

Il leader del Movimento 5 Stelle se la prende con la Consulta, ma la colpa è di chi fa le leggi frettolosamente e senza accertarsi di seguire la strada corretta.

Beppe Grillo alza il tiro e attacca anche la Corte Costituzionale. D'altra parte quando si prende di mira quotidianamente il presidente della Repubblica (anche se poi lo si incontra) e nell'attesa che il leader del Movimento 5 Stelle si scagli contro il Papa, non c'è niente di meglio che accusare la consulta che ha il compito di difendere la Costituzione italiana. La ragione? La decisione presa l'altroieri di bocciare l'abolizione delle province via decreto legge.

Cerchiamo anche un attimo di capire perché è successa questa cosa: il decreto legge dà il potere al governo di fare leggi senza aver consultato il Parlamento, che ha tempo 60 giorni per convertirlo, e andrebbe utilizzato solo per questioni di gravi urgenze. Uno strumento in verità abusato, tanto più quando lo si utilizza per abolire le province. Ed essendo che l'istituto province è scritto nella Costituzione, per eliminarle bisogna procedere per riforma costituzionale. Queste, più o meno, le ragioni della Consulta, ma Beppe Grillo non ci sta:

La Corte Costituzionale, detta amichevolmente Consulta, un nome che ricorda l'oracolo di Delfi, ha dichiarato illegittima, in nome della Costituzione, l'abolizione delle Province previsto nel decreto Salva-Italia del dicembre 2011. Il linguaggio usato dalla Corte è sublime "il decreto-legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio". Cioè? Detto in parole povere le Province non si toccano. Sono circa 17 miliardi di risparmio all'anno per un ente le cui competenze possono essere assorbite dalla Regioni, ma di questi tempi si può scialare.

"Decisioni calate dall'alto", ma che servono per evitare che un governo si insedi e inizi a fare i comodi suoi senza tenere conto delle regole scritte nella Costituzione. Le province si potranno toccare il giorno (se mai verrà) che un Governo sarà in grado di abolirle seguendo le giuste procedure. Ma che Grillo si preoccupi dei pesi e contrappesi che regolano uno stato di diritto è chiedere troppo.

Di fronte a queste decisioni calate all'improvviso da enti supremi come un fulmine di Giove (ieri il Consiglio Superiore della Difesa per gli F35, oggi la Consulta per le Province) il cittadino si ritrova come nel "Processo" di Kafka, spogliato da ogni decisione, annichilito da forze inesplicabili, inavvicinabili. Da moderni numi contro i quali non c'è appello.

Il problema, almeno nel caso delle province, non è tanto l'annichilimento del povero cittadino di fronte agli "dei dell'Olimpo" della Consulta (che hanno più che altro l'aspetto di vecchi signori con i capelli bianchi di toga vestiti, ma vabbè); ma del modo in cui le leggi vengono fatte tanto per dire "l'abbiamo fatto", senza che si tengano in considerazione le, molte volte prevedibili, future obiezioni che potrebbero arrivare da chi ha il semplice compito di controllare che le leggi rispettino la Costituzione.

A loro chiedo di verificare se il precariato è costituzionale. Se gli esodati sono costituzionali. Se la legge elettorale Porcellum è costituzionale. Se spostare la data pensionistica a 67 anni è costituzionale. Se comprare cacciabombardieri per una Repubblica che ripudia la guerra è costituzionale. Se i rimborsi elettorali ai partiti contro la volontà di un referendum sono costituzionali. Fateci sapere, consultate le sudate carte.

Siamo contenti di far sapere a Beppe Grillo che in effetti il Porcellum è sotto la lente della Corte Costituzionale. E se lo boccerà, siamo sicuri che arriverà il plauso di tutti. Quando fa comodo.

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