PD, partito del “meno peggio”?

Più che un leader di un grande partito Guglielmo Epifani pare uno svogliato capostazione di provincia incapace di far imboccare al trenino locale il binario giusto o, peggio ancora, pare un assonnato passacarte di scartoffie polverose in una bottega in liquidazione.


Se c’è una cosa che agli italiani non interessa nulla, questa è il groviglio delle regole interne per le primarie e per il congresso del Partito Democratico. E’ proprio questa, invece, l’unica cosa che pare appassionare i vertici del Pd, avvitati in una infinita e incomprensibile diatriba, con il solito sfondo fra farsa e tragedia: la resa dei conti. Perché lo fanno?

Semplicemente per preservare se stessi, un gioco di potere interno che permette di accedere alle poltrone delle istituzioni. Ce n’è sempre una per ognuno, ed è questa la vera posta in palio del contendere.

Mentre a destra c’è un monarca assoluto che fa e disfa a proprio piacimento in funzione dei propri interessi, nel pidì vige la legge della giungla, dove la gazzella sa che deve correre più veloce per non essere sbranata dal leone e questo sa che deve correre più veloce per afferrare la preda e non perire di fame.

A dirla tutta, qui è ancor peggio, il tintinnar delle sciabole cambia spesso tono e direzione, con alleati e alleanze che mutano seguendo l’iter di chi sale e di chi scende, come dimostrano le ultime puntate della telenovela con moltitudini di dirigenti – dai vertici nazionali a quelli locali – passati armi e bagagli dal “Bersani fan club” a quello di Renzi (il sindaco più assenteista d’Italia) e con supporter infilati negli strapuntini di corridoio dei caporali di giornata, sempre a brigare e in affanno per non perdere il treno.

I cosiddetti giovani, dei “vecchi” leoni hanno solo l’arroganza e la fame di potere. E’ vero, il Pd è rimasto l’unico partito “strutturato”, ingessato come il Pci del centralismo democratico, ma lacerato come il Psi delle mille correnti.

Allora però bastava un cenno (spesso sui contenuti politici …) perché Berlinguer e/o Craxi rimettessero tutti in riga, qui, dove la politica è sostituita dalle bolle di sapone, sempre alla ricerca di identità e leadership, ognuno fa quel che gli pare e piace. Senza mai un confronto politico, con qualche sparacchiata sui media, fuori dai cosiddetti organismi dirigenti (inventati nella logica del manuale Cencelli e inesistenti anche sul piano della qualità) del partito, perché il partito non c’è, esiste solo come banca dove incamerare la montagna di soldi del finanziamento pubblico e come distributore di stipendi (apparati) e poltrone (dirigenti). Tutto qui?

Scrive Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “Difficile immaginare una linea più autolesionistica. Nella quale peraltro hanno torto un po' tutti. Il vecchio gruppo dirigente che si sta arroccando contro l'usurpatore. Ma anche il sindaco di Firenze, Renzi, che continua a lamentarsi senza mai scendere davvero in campo e sfidare i suoi avversari. In questo modo anche la sua leadership potenziale sta evaporando ancor prima che cominci a partita”.

Sì, in questo modo il Pd segue la sua migliore vocazione, quella dell’autodistruzione. La base e l’elettorato del Pd tengono duro restando aggrappati all’antiberlusconismo (ma difficile nell’epoca del nemico diventato alleato nel governo di larghe intese) e alla logica del “meno peggio”. Ma peggio o meno peggio, sempre peggio è.

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