Ma allora come finisce col valore legale del titolo di studio?

valore legale titolo di studio

Ancora una volta, l’ennesima nel giro di pochi anni, in un Consiglio dei Ministri si è tornati a parlare dell’annosa questione del valore legale del titolo di studio. E ancora una volta si è deciso di non decidere, di intervenire con il bisturi anziché con il machete, cercando di cambiare poco affinché tutto cambi. Già Letizia Moratti, quando era ministro dell’Istruzione, provò ad aggirare questo totem, e da ultimo ci sta provando il governo di Mario Monti. E anche se il risultato è stato un nuovo rinvio, tutto fa pensare che stavolta si faccia sul serio. Ma qual è la questione sul tavolo, e perché divide così tanto?

In Italia, seguendo una dottrina condivisa da tutta Europa, la laurea è un certificato rilasciato dalle autorità accademiche, e come ogni certificato è uguale per tutti. Davanti alla legge non c’è differenza tra un laureato in una qualche famosa università, magari privata, e un laureato in un minuscolo e scalcinato ateneo di qualche regione svantaggiata. Questo discorso vale soprattutto, se non esclusivamente, per i concorsi pubblici, perché in tutte le altre circostanze l’ateneo di provenienza è una discriminante essenziale per l’assunzione e per il curriculum.

La dottrina che il governo vorrebbe applicare proviene invece dagli Usa, dove la laurea non ha valore legale. Il valore del titolo di studio deriva unicamente dalla provenienza: un laureato alla Columbia, o a Harvard avrà sempre una marcia in più rispetto a uno proveniente da università meno prestigiose. Se la questione si fermasse qui, sarebbe tutto relativamente semplice. Il discorso si complica quando si arriva alla messa in pratica: in primo luogo quello che spaventa il governo (e che ha provocato la levata di scudi dei ministri Cancellieri e Severino) è il caos che si verrebbe a creare nei concorsi pubblici, dove in linea teorica i laureati potrebbero essere messi sullo stesso piano dei non laureati in possesso di altre caratteristiche richieste.

Ma soprattutto si verrebbe a creare una grave disuguaglianza tra cittadini, qualcosa di fortemente antidemocratico. Perché se è giusto incoraggiare chi ha studiato sodo, e penalizzare invece chi ha cercato scorciatoie in qualche “laureificio”, va anche detto che un provvedimento come l’abolizione del valore legale del titolo di studio potrebbe essere accettabile solo dopo aver reso paritario l’accesso all’istruzione. E in un paese dalle forti disuguaglianze economiche e sociali come il nostro, non si può dimenticare che molti studenti si laureano in atenei “di serie B” non perché vogliano fare i furbi ma perché non possono permettersi di emigrare o di pagare la retta di un’università privata, e questo non vuol dire che valgano meno.

Così come non si può dimenticare che, nell’Italia dei tagli lineari all’istruzione pubblica, sono le università private come la Bocconi, la Luiss e la Cattolica a poter vantare il maggior prestigio, e il divario con gli atenei pubblici è destinato ad aumentare. E se anche questo scoraggiasse la nascita dei “laureifici”, lo stesso non andrebbe a vantaggio degli studenti.
Non è un caso se questa dottrina nasce negli Stati Uniti, dove tutte le università importanti sono private, e anzi l’università pubblica è una barzelletta. E non è un caso, aggiungono i maligni, se a portare a termine questo provvedimento sarà il governo dei “bocconiani”.

Tra i favorevoli al provvedimento, Pietro Manzini, dell'Università di Bologna, che su lavoce.info scrive:

"Oggi, in base al valore legale del titolo di studio, ogni laurea conferita da una qualsiasi delle circa ottanta università italiane ha lo stesso peso nel mercato degli impieghi pubblici: un giovane laureato in medicina in un’università che gli ha insegnato poco o nulla “vale”, per un possibile datore di lavoro pubblico, esattamente quanto un giovane medico laureato in un’università severa che lo ha ben preparato alla professione. Una Asl che volesse giudicare i due giovani dottori ai fini dell’assunzione non potrebbe privilegiare la laurea formativa a discapito di quella scadente. Dovrebbe trattare i due come se avessero lo stessa identica formazione e lo stesso sapere."

Il movimento studentesco Link replica con un comunicato in cui si sintetizzano così i due motivi della contrarietà alla riforma:

"1) nella maggior parte dei concorsi pubblici, il voto di laurea incide in misura estremamente minore rispetto alla preparazione mostrata dal candidato nel corso delle prove (scritta e/o orale)
2) un sistema siffatto aprirebbe a maggiore discrezionalità all'interno delle procedure concorsuali, con il rischio che candidati meno preparati di altri siano avvantaggiati non per le loro esperienze professionali ma per amicizie o le relazioni di cui godono, problema questo già esistente nel nostro paese ma che senza neppure la tutela di un valore legale del titolo di studio, si amplierebbe notevolmente."

Foto | Giorgio Napolitano riceve la laurea honoris causa dall'Università di Bologna ©TMNews

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