Berlusconi, pompiere o incendiario?

Nel Pdl e nel Pd ci si riempie la bocca sul “senso di responsabilità” verso governo e nazione quando è evidente che ognuno pensa al proprio orticello, in barba alla crisi economica e agli affanni degli italiani.

Le vicende politiche di queste ore, più che ascriversi nel filone del realismo, possono inquadrarsi in quello del “cubismo”, che scompone gli spazi e gli oggetti in forme geometriche, moltiplicando i punti di vista dentro il quadro. Già, il quadro, dominato completamente da Silvio Berlusconi, la cui regia riserva sorprese solo per gli allocchi.

Il leader del Pdl che fu e di Forza Italia che verrà, fa e disfa come gli pare, in uno stop and go da voltastomaco, dove tutto e tutti ruotano in funzione dell’ex “Unto del Signore”. La forte turbolenza politica legata alle vicende personali di Berlusconi è destinata a inasprirsi, con una destabilizzazione progressiva che, a seconda di come sarà la sentenza del 30 luglio, potrà anche portare il Paese al più volte prospettato e temuto salto nel baratro.

Intanto, in questo tourbillon, perdurano stallo e incertezze nello stesso esecutivo che lancia molti titoli ma realizza poco o nulla di concreto. In questo torrido metà luglio Berlusconi non commette l’errore di staccare la spina dell’esecutivo, si limita a scaldare il motore, ergendosi a paladino della giustizia come perseguitato dai giudici “rossi”, cercando di non fare dei giudici tutta un’erba un fascio (“Pm come una società segreta, però la Corte mi darà ragione”), novello Robin Hood degli italiani (“Non faremo sconti su Imu e Iva”).

Insomma, c’è il maldestro tentativo di calmare i bollenti spiriti dei falchi del Pdl, impegnati a preparare – in caso di condanna del Cav - l’uscita dal Parlamento e l’occupazione della piazza. Deputati e senatori del Pdl hanno già consegnato al Cav le loro dimissioni in bianco.

La linea soft ma pronti alla piazza è un tatticismo dal fiato corto e dopo il 30 luglio i nodi verranno al pettine formando il bubbone del nodo scorsoio, forse atto finale di questo governo delle larghe intese a maglie larghe e di questa seconda Repubblica ammazza Italia.

Si torna al problema della mancanza di leadership della destra, incentrata tutta da 20 anni su Silvio Berlusconi. In Francia, Charles De Gaulle capì che doveva passare la mano per preservare il gaullismo. Ma il “generale” era uno statista, non solo un grande affabulatore. E non aveva né regge, nè nani e ballerine.

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