Datagate, "l'anarchia" del cyberspazio: intervista a Francesco Rutelli

Francesco Rutelli, ex Presidente del Copasir (organo di controllo parlamentare sulle attività dei servizi segreti) a Polisblog: "Mai sentito parlare di PRISM ma nel cyberspazio vige l'anarchia"

Lo scandalo internazionale cui la stampa italiana ha dato il nome di Datagate, la presunta acquisizione di informazioni che l'Nsa americana avrebbe esercitato anche su migliaia di utenze italiane (provider, telefoniche, etc), all'interno del Programma PRISM, ha sollevato un corposo dibattito relativo sia alla veridicità delle accuse inconfessabili mosse dalla "talpa" Edward Snowden sia all'uso ed alla raccolta di dati sensibili a scopo di intelligence.

Ne abbiamo parlato con Francesco Rutelli, ex Presidente del Copasir, l'organo parlamentare di controllo sulle attività dei servizi segreti italiani, il quale ci ha inquadrato la questione in un quadro piuttosto complesso; pur confermando di non aver mai sentito parlare, e quando era al Copasir e successivamente, di alcun Programma PRISM, Rutelli ha spiegato come la raccolta di dati sensibili degli utenti sia qualcosa che avviene quotidianamente ed in maniera continuativa, basti pensare a quanto la nostra casella di posta elettronica si intasi di email pubblicitarie e spam che ci "interessano" in un certo senso.

Sotto questo profilo vanno dunque distinte due diverse tipologie di raccolta dati: una pubblicitaria, commerciale, che viene poi utilizzata dalle aziende per la promozione ad hoc dei loro prodotti (i banner pubblicitari sui social network, ad esempio, che sono sempre più "mirati" all'utente che oramai è "abituato" a tutto), ed una di intelligence, che non va a mescolarsi (o non andrebbe, viste le dichiarazioni di Snowden) con le aziende private.

Altro tema ancora è lo scambio di informazioni tra servizi di intelligence, con finalità generalmente di antiterrorismo e di tutela degli interessi di entrambe le nazioni che collaborano, uno scambio che tuttavia passa sempre attraverso gli organismi di controllo (il Copasir, appunto, ma anche la magistratura ed i ministeri di Interni, Esteri, Difesa); un tema che viene regolamentato dalle normative nazionali sulla privacy (in Europa generalmente molto più stringenti che non negli Stati Uniti, paese in cui i cittadini "accettano" in un certo senso di avere controlli di intelligence più invasivi a garanzia della "sicurezza nazionale") e dagli accordi transnazionali in materia appunto di intelligence.

In questo senso lo scambio di algoritmi e codici contenenti informazioni è un'attività già portata avanti nelle normali attività di interscambio e collaborazione tra servizi italiani ed esteri: un'attività che però non riguarda l'acquisizione di informazioni dalle banche dati pubbliche e private (le "companies").


Ci sono poi le attività, molto invasive e piuttosto gettonate al giorno d'oggi, di spionaggio industriale, con tecnologie che oggi permettono di "succhiare" dal computer altrui standogli semplicemente seduto accanto nella saletta d'attesa di un aeroporto, o di spionaggio diplomatico (fortemente riprovevole nei rapporti tra stati): insomma, le attività di raccolta dati sono le più disparate (dal download a distanza ai microfoni direzionali alle cimici) e, almeno nelle normali attività di intelligence, sempre autorizzate.

Il problema, già riscontrato in passato, è quando i servizi (o meglio, membri dei servizi) deviano dalla normale attività di raccolta ed elaborazione dati e costituiscono archivi segreti (come fu nello scandalo Genchi, o con l'archivio di via Nazionale di Pollari, contenente intercettazioni ed informazioni su 4 procure, 203 magistrati di 12 paesi europei, giornalisti, uomini politici, imprenditori) o escono dall'attività di intelligence e pubblicano le informazioni raccolte, come nello scandalo Wikileaks o nell'ultimo recente denominato Datagate, descrivendone le modalità di raccolta e mettendo in tal modo a rischio la sicurezza nazionale dei paesi coinvolti.

Il reale problema, ha sottolineato Rutelli a Polisblog, è l'anarchia totale che vige nel cyberspazio, che al pari degli oceani, delle zone di frontiera, dei cieli, dello spazio fuori dall'atmosfera terrestre, va regolamentato per evitare che le informazioni degli utenti possano girare liberamente, ed impunemente, da un paese all'altro, da un server all'altro, da un computer all'altro.

Non è più necessario ascoltare o guardare, al giorno d'oggi basta saper leggere un codice.

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