Pdl e Pd “giocano” fra loro. Governo appeso alla sentenza del Cav. E arriva la stangata da 12 miliardi!

Se non ci fosse la strettoia della sentenza del 30 luglio, Pdl e Pd continuerebbero a battibeccarsi (per convinzione e per finta), puntando a farsi le ferie in pace e lasciando le patate bollenti a Letta e gli italiani in braghe di tela.


Il fu partito del “predellino” è in stato di pre coma: tutti sanno bene, (dai vertici romani ai consoli e proconsoli col c@lo nel burro nei mille dorati centri di potere, fino al’ultimo portaborse e all’ultimo imbrattamuri di periferia) che se salta Berlusconi, salta tutto e saltano tutti: addio pacchia e sogni di gloria!

La strombazzata diatriba fra i cosiddetti falchi e le cosiddette colombe è una misera balla per allocchi, per non parlare del gioco delle tre carte del Cav, che dentro il bunker di Arcore carica i suoi per la sempre possibile risposta di piazza con Aventino parlamentare e ko dell’esecutivo incorporati, e fuori, docciato e struccato, gioca a fare lo statista, rassicurando governo e italiani, come il lupo rassicurava Capuccetto Rosso nella fiaba dei fratelli Grimm, nella versione del 1857, che qui non rammentiamo per non disturbare le belle anime domenicali.

C’è poco da scherzare perché una condanna definitiva e pesante dell’ex Unto del Signore, non solo manda nel panico la sterminata corte berlusconiana ma disorienta e intimorisce quella massa di italiani legati a Berlusconi, vuoi per le pulsioni anticomuniste, antistataliste, anti tasse, anti emigranti, anti ebrei, anti zingari, anti tutto, lobbies di ogni portata e contrada che temono una Nazione davvero democratica e liberale, dove i diritti e i doveri siano per tutti uguali. Ecco perché, persi per persi, è difficile prevedere come sfocerà – dopo lo sconforto - la rabbia di fronte alla eventuale e probabile sentenza di condanna a carico dell’ex premier.

Per ora, a pagare dazio, è il Partito democratico, incapace per mancanza di identità e progettualità politica e per mancanza di leadership a reggere la fase complessa del governo delle larghe intese (di fatto l’alleanza con il “nemico” Berlusconi) imposto da Napolitano dopo il voto di febbraio. Confusione e intrighi dominano la vita di un partito – bene o male l’unico partito strutturato in Italia – dall’amalgama mai riuscito, sempre in fibrillazione e a rischio scissione.

Scrive oggi Eugenio Scalfari su Repubblica: “Pd, con un gruppo dirigente del partito, ormai diviso anzi frantumato in correnti che sono diventate fazioni. La differenza tra correnti e fazioni può sembrar sottile ma non lo è affatto. Le correnti sono modi d'interpretare la visione del bene comune propria di tutti i partiti, accantonandone alcuni aspetti e accentuandone altri. Le fazioni si dividono invece sul tema della conquista del potere; le modalità d'interpretazione del bene comune rappresentano per loro un dettaglio facilmente modificabile quando la modifica può essere utile all'obiettivo che si propongono”.

Ecco. Dentro questo bailamme, con gli italiani che vedono le vacanze col binocolo dal tinello di casa, si viene a sapere che il debito totale è salito al 400% del Pil, che pende sulla testa di ognuno la spada di un’altra manovra d’autunno, con il governo che cerca altri 12 miliardi, non per riforme, ma per tappare buchi. Come dire, i nodi vengono al pettine.

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