Pd: “Idee prima dei nomi”, ammonisce Reichlin. Ma è scontro sulle poltrone

Tutti i partiti, in particolare il PD, hanno la caratteristica di interessarsi delle proprie questioni interne – di solito beghe per il potere - e non dei problemi della gente comune, dello stato e della prospettiva del Paese.

Chi ha letto e seguito la “rivoluzione” del pidì sulle regole delle primarie e del congresso alzi la mano. A nessuno gliene può fregare di meno.

Via l'automatismo fra segretario e candidato premier. Congressi dei circoli, di federazione e regionali solo fra gli iscritti e prima di quello nazionale. Elezione del segretario nazionale attraverso l'albo degli «aderenti», non più degli «elettori» del Pd. Dimezzamento dell'assemblea nazionale (da mille a 500 persone) che sarà in parte scelta dai territori. Ecco, questi i punti salienti del muovo partito, avvitato su se stesso, con le correnti diventate fazioni, centri di potere, l’una contro l’altra armate.

L’appello del vecchio capo del Pci Alfredo Reichlin: “ Le idee prima dei nomi” lascia il tempo che trova, totalmente inascoltato, soprattutto da dirigenti che hanno solo un’idea fissa: quella del potere. Proprio perché l’allarme dell’ottuagenario Reichlin è vero: “La crisi italiana è arrivata al rischio di esiti catastrofici”, ne risulta l’inadeguatezza del Pd (ex Pci, Pds, Ds ecc), partito frutto e al contempo co-responsabile della crisi dell’Italia.

Il paese ha smesso di crescere da quindici anni, da cinque anni vive una recessione profondissima e la politica è nel più totale discredito. Dopo quarant’anni ci si deve chiedere perché non ne siamo usciti. E ci si deve interrogare sui fattori di fondo, politici, istituzionali e persino morali, che ci hanno bloccato. Manca, è evidente, una classe dirigente. E qui entrano in gioco i partiti, nonché le organizzazioni di rappresentanza sociale, che formano e selezionano pezzi importanti della classe dirigente.

Il Pd si erge sempre a giudice (anche morale) degli altri ma resta nel pantano perché non ha mai risolto i suoi nodi, perché non sa ancora perché è nato e perché continua ad esserci.

Scrive l’ex Pci Peppino Caldarola: “leggo ogni giorno appassionate accuse (ai renziani) o orgogliose ripicche (dei renziani) attorno al tema se il segretario sarà premier, ovvero se voteranno gli iscritti oppure no. Nessuno si interroga, come è accaduto nelle scorse primarie, sul fatto banalissimo che per fare il premier, si sia segretario oppure no, bisogna vincere le elezioni e che per vincere le elezioni bisogna occuparsi del paese”. Ecco.

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