La Lega Nord, il caso Kyenge e la crisi di consensi

Fallita la missione di diventare un "partito rispettabile", il sospetto è che il Carroccio abbia tirato già dalla soffitta il suo armamentario xenofobo e razzista per riuscire a tenersi stretti i voti di una base sempre più distante.

Dopo le mille polemiche sul caso Kyenge ("sembra un orango"), Calderoli ha provato ad arrampicarsi sugli specchi spiegando che tutto il polverone era stato montato ad arte per coprire il caso Kazakistan, giustificazione decisamente poco credibile. Molto più credibile è invece il sospetto che la Lega Nord stia cercando la via più facile per recuperare qualche consenso.

Un sospetto alimentato proprio dallo stesso Calderoli, nel momento in cui spiega che "nella Lega non c'è imbarazzo per le mie parole. A vedere quello che scrivono i leghisti su Facebook non direi. Per quel che vale mi sembra l’esatto contrario". E quindi, proviamo a tirare le somme: dopo il dimissionamento di Bossi, il nuovo corso del Carroccio firmato Maroni voleva una Lega Nord "in doppiopetto", che lasciasse perdere elmi da vichingo, Borghezio e cornamusa per porsi invece come un partito accettabile in grado di parlare con gli imprenditori.

Missione fallita, visto che alle elezioni di febbraio - nonostante la storica conquista proprio di Maroni, divenuto presidente della Lombardia - il "partito del Nord" ha preso solo il quattro e qualcosa per cento. Peggior risultato in più dieci anni (nel 2001 prese il 3,9%), consensi dimezzati rispetto alle Politiche 2008 e vero e proprio tracollo rispetto al 10% delle Europee 2009.

La Lega Nord non ha saputo intercettare i voti della protesta (andati al Movimento 5 Stelle), non ha saputo darsi nel giro di pochi mesi un'aura "rispettabile", non ha saputo diventare il Pdl del Nord. Ha saputo solo mantenere i voti dei leghisti più fedeli. Ma anche il popolo del Carroccio ha dato ampie dimostrazioni di aver perso tutto l'entusiasmo, cosa simboleggiata dai 18 ascoltatori che il comizio di Bossi ha saputo radunare il 4 luglio a Cassano Magnago, il suo paese natale.

E c'erano già stati dei precedenti: sala semivuota per Salvini a Monza; 80 militanti per Bossi a Stienta (Rovigo); pochi anche il 30 giugno a Spirano, quando i leghisti allibiti si sono sorbiti il litigio tra il Senatur e Calderoli in seguito alle accuse di Bossi a Maroni. E così, il sospetto è che la Lega Nord abbia deciso di approfittare della comparsa sulla scena politica del primo ministro nero d'Italia per tirare giù dalla soffitta i suoi vecchi arnesi razzisti e xenofobi ed esaltare il suo elettorato più fedele (l'unico che gli è rimasto) con delle uscite tanto grevi quanto, probabilmente, efficaci.

Ed è vero che adesso buona parte del partito si smarca da Calderoli, parlando di un "celtico che sbaglia", ma è anche vero che di espulsione nessuno ha parlato, e che nei confronti dell'ex ministro sembra esserci solo qualche bonaria reprimenda. La Lega Nord ha preso da tempo di mira Cecile Kyenge ed è così tornata a far parlare di sé sui giornali, dopo mesi di oblio assoluto. Almeno in questo caso, missione compiuta. Resta da capire quali possono essere le prospettive future di un partito che rischia di ripiegarsi su se stesso per sopravvivere.

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