Il fatto della settimana- Tibet: da una parte della barricata

Aveva ragione il grande timoniere Mao che “il lupo cambia il pelo ma non il vizio”. E la tragedia tibatena di queste ore sta a dimostrarlo. Sotto gli occhi dell’occidente indignato ma di fatto impotente di fronte agli artigli del regime comunista di Pechino. Un occidente dalla memoria corta: non solo rispetto all’invasione militare cinese del Tibet del 1950, all’imposizione dell’ateismo di Stato del 1966, ai vergognosi e terribili “processi di piazza” ai fedeli ( e non solo a loro) inscenati dalla Rivoluzione culturale negli anni 70, alla decimazione di massa con oltre 1 milione di tibetani assassinati: un quinto dell’intera popolazione! Ma un occidente fin troppo ossequioso di fronte a Hu Jintao, oggi “aperto” presidente della Repubblica cinese ma ieri, nel 1989, plenipotenziario del partito comunista cinese a Lhasa, per domare con la forza e il terrore (legge marziale e esercito contro la popolazione civile) la più grande rivolta popolare in Tibet.

La cronaca di queste ore è la diretta conseguenza di una oppressione che dura da 60 anni e che periodicamente si trasforma in tragedia. E’ un film già visto, non solo in Cina ma in tutti i regimi dittatoriali, quello di incolpare sempre gli “altri” (i provocatori, i destabilizzatori) quali attentatori dello Stato, delle leggi, cioè del potere costituito. In queste ore insanguinate, dove è persino ovvio che nella rivolta popolare e dei monaci buddisti si infila ogni tipo di provocazione e di fanatismo, la “fiammata” non è frutto di un incidente ma lo sbocco di una situazione politica e sociale drammatica e insostenibile, dove la democrazia, la libertà e il diritto (con il suo carico di violazione, arresti, deportazioni, torture, assassini) sono calpestati.

Chi ha subito e subisce di più sono stati e sono i religiosi fedeli al Dalai Lama. Ma i monaci sono la punta di diamante di una protesta e di una ribellione che cova in un intero popolo e che solo una spietata dittatura tenta di tener nascosta e soffocare. Il terrore di queste ore a Lhasa contrasta con la preparazione dei Giochi olimpici di Pechino: la più grande parata della Cina, che tenta di accreditarsi nel mondo, con una nuova immagine di grande nazione, potente e civile. Il Dalai Lama chiede una ragionevole autonomia e dimostra, anche in queste ore drammatiche, realismo e moderazione. Da Pechino invece sono partiti ultimatum di estrema gravità. L’auspicio è che il presidente Hu Jintao rifiuti di avallare una carneficina annunciata che imprimerebbe un terribile marchio al suo governo e al suo paese.

L’Occidente ha il diritto dovere, nel rispetto dell’autonomia e della autodeterminazione delle nazioni e dei popoli, di esercitare pressioni politiche, diplomatiche, economiche su Pechino affinchè l’incendio non si estenda e anzi si plachi e si consenta al Tibet (un terzo della Cina ma con i suoi sei milioni di abitanti i tibetani sono solo 0,5% dei cinesi) una forma di autogoverno che salvi l’imprinting culturale, religioso e sociale, pur lasciando al governo cinese le competenze sulla politica estera e sulla difesa. Al di fuori di questa impostazione volta al dialogo e al realismo, c’è solo il protrarsi della protesta: c’è solo il caos. Un’ombra minacciosa per il mondo intero. Che impone da subito una scelta, quella di stare, senza esitazioni e infingimenti, da una sola parte della barricata. A favore di chi è appresso e contro chi opprime.

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