Ma Mukhtar Ablyazov è davvero un dissidente?

Una vittima perseguitata dalla dittatura di Nazarbaev o uno spregiudicato oligarca?

Di solito quando si parla di dissidenti, tanto più se hanno ricevuto asilo politico, ci si immagine un campione della democrazia che sfida una dittatura in una lotta impari tipo Davide contro Golia. In verità ci sono due tipi di dissidenti: quelli che si ribellano al regime di turno per motivi politici e quelli che si trovano dall'altra parte della barricata per motivi personali - ragioni magari economiche o di scontri di potere - e che non necessariamente sono difensori dei diritti umani, della democrazia e cose simili. Qual è il caso di Mukhtar Ablyazov, il dissidente kazako al centro della cronaca italiana di queste settimane?

Per il solo fatto di essere considerato un nemico dal dittatore kazako Nursultan Nazarbaev - un residuato bellico dell'epoca sovietica - è giusto considerare Ablyazov alla stregua di un martire? A parlare per il lui può essere solo la sua storia. Che presenta non poche zone d'ombra.

Affarista kazako diventato, come altri, rapidamente ricco dopo il crollo dell'Unione Sovietica, per tutti gli anni Novanta è molto vicino al regime di Nazarbayev, tanto da diventare ministro dell'Energia. Ruolo molto importante in un paese in un ricco di giacimenti. E sono proprio, probabilmente, gli interessi incrociati nel settore energetico che causano la sua prima caduta in disgrazia, quando viene accusato di corruzione e incarcerato.

Qualche tempo dopo Ablyazov viene rimesso in libertà grazie al perdono di Nazarbayev, torna alla vita politica e mette in piedi un partito d'opposizione. Su questo punto in particolare ci sono due teorie: una vuole che la sua opposizione fosse strumentale al potere (per fingere una vita politica democratica), l'altra vuole che fosse finanziata dalle potenze occidentali che hanno interesse a spodestare il dittatore.

Quel che invece è certo è che nonostante l'attività politica Ablyazov continua a occuparsi principalmente di affari, conquistando la BTA, importante banca kazaka che sotto la sua guida aumenta notevolmente il suo giro d'affari. Da notare che Ablyazov è anche sospettato di essere l'organizzatore dello sciopero di operai che, in seguito alla repressione del regime, ha provocato 70 morti e centinaia di feriti nella città di Zhanaozen. I problemi però tornano a palesarsi nel 2009, quando Nazarbayev decide di nazionalizzare la BTA: Ablyazov capisce che sono tempi duri (le vicende Khodorkovski, Berezovski, ecc, hanno lasciato il segno) e fugge a Londra, dove riceve asilo politico perché considerato in pericolo di vita se dovesse fare ritorno nel suo paese d'origine.

Evidentemente Ablyazov ha portato con sé anche i suoi averi, perché a Londra compra diverse ville, si riempie di beni lusso e conduce una vita sfarzosa, mentre le autorità inglesi rispediscono al mittente le richieste di estradizione che arrivano da Russia e Kazakistan. Questo fino al 2012, quando all'improvviso la sua situazione cambia drasticamente: l'Inghilterra (forse per non subire ritorsioni nella vendita di gas o forse per altre ragioni) gli ritira il passaporto e lo condanna a 22 mesi di carcere per reati fiscali.

Ablyazov fugge a Parigi, poi fa perdere le sue tracce e infine si comincia a cercarlo in Italia, dove secondo i servizi segreti sarebbe rimasto fino al 26 maggio 2013 (e qui comincia la vicenda italiana). Fin qui quel che è noto. Resta invece da chiarire se il protagonista della vicenda sia un eroe, una vittima, un dissidente, oppure un oligarca che ha sempre e solo seguito i suoi interessi economici, entrando però in conflitto con il vertice del potere kazako. Resta il fatto che al momento chi sta pagando è la moglie Alma Shalabayeva e la figlia Alua di sei anni.

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