Governo, zitto zitto svende (anche) Eni, Enel, Finmeccanica?

A mali estremi, estremi rimedi e può capitare – per fare cassa - sia al singolo cittadino mettersi in fila al monte dei pegni per portare l’anello nuziale o anche allo Stato privatizzare o dismettere il patrimonio pubblico.

Scelta oculata, se pur forzata, in grado di fare passare “ ‘a nuttata”, o scelta scellerata di puro autolesionismo?

Di fronte alla mancanza di liquidità e alla montagna di debiti, anche il governo Letta ounta sul suo bel piano di dismissioni – un vero e proprio dossier di cessioni di mobili e immobili e di privatizzazioni – e per non farci mancare rilancia il “fondo dei fondi” per le dismissioni pubbliche. Il rischio è di rimettere in moto un puzzle-labirinto spargi poltrone, ennesimo marchingegno mangiasoldi per accontentare i soliti noti o gli amici dei soliti noti.

Ora, senza entrare nello specifico di questioni tecnico/burocratiche/amministrative anche macchinose – basti pensare al patrimonio degli immobili nel ginepraio fra enti vari, demanio, regioni, enti locali ecc – quel che emerge è il replay di sempre: governi che cercano di raffazzonare soldi vendendo (o svendendo?) quel poco che ci resta, frutto del lavoro e del sacrifici altrui nei decenni passati.

Manca una visione politica su cui far camminare una vera riforma economica per cui, con l’acqua alla gola, altro non resta, per sopravvivere, che mettere sul mercato quel che rimane nella dispensa. Il nuovo esecutivo ha capito bene che i 15 miliardi (un punto di pil) l’anno ipotizzati dai precedenti governi in materia di dismissioni, sono una balla.

Però insiste nel procedere nel dossier privatizzazioni perché, come afferma il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni: “ la riduzione del debito è una delle priorità, perché il peso del debito rappresenta un freno alla crescita”.

Bene, se è finalmente una svolta rispetto al passo di lumaca che ha caratterizzato fin qui l’azione del governo. Ma si tratta di vedere se alle intenzioni seguiranno i fatti. E soprattutto se invece di dar via le ultime case cantoniere sverniciate e ammuffite, si vuol svendere il vero tesoro di famiglia, in questo caso, cedendo quote di aziende dal valore di Eni, Enel, Finmeccanica. Le smentite, si sa, confermano e il rischio resta.

Come ogni monarca assoluto la burocrazia italiana (e la politica italiana) prende decisioni nel proprio esclusivo interesse gabellandolo per supremo bene nazionale. Forse questi “signori” non sono coscienti che nessuno intende acquistare i famosi “assets” italiani, se non a prezzo di saldo, tipo prendi quattro paghi uno. A meno che … appunto. A meno che dai via l’oro vero al prezzo dell’argento, se non del … ferro.

Sul fronte politico tutto tace. Chi è contrario all’ipotesi di vendere quote pubbliche di aziende come Eni, Enel, Finmeccanica e Poste perché non alza la voce? Queste aziende da tempo sono nel mirino degli appetiti famelici e speculativi degli investitori stranieri. Aspettiamo di mettere in azione gli F 35 per fermare gli avvoltoi?

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