Storace (con Assunta Almirante) alla "marcia di Roma": farsa o melodramma? Destra cercasi

A volte ritornano e, stavolta, in 20 mila non marciano su Roma con i moschetti come nel ‘22, ma sfilano nell’Urbe da Piazza della Repubblica alla Bocca della Verità corroborati dal vino dei castelli e porchetta braccianese.

E’ la destra che si autodefinisce “verace”, degli ex “boia chi molla”, guidata da un ringalluzzito Francesco Storace che sul palco del comizio si tiene stretta donna Assunta Almirante, inossidabile, moglie del leader storico Giorgio Almirante di quel MSI cancellato poi dall’ex delfino Gianfranco Fini, il “traditore”. Già, Fini.

Storace promette: “Oggi inizia la fine della diaspora finiana”. Storace avverte: “Roma ha bisogno di un vero sindaco di destra, non Alemanno”. Storace attacca: “Monti è il governo dei banchieri e delle tasse”. Storace implora: “Silvio stacca la spina a questo governo, noi siamo pronti a ricominciare”.

Sventolano le bandiere nere confuse con il tricolore, vessilli anche col capoccione del Duce, fasci, croci celtiche, e slogan con tutto l’armamentario del tempo che fu. Eccola, la destra. Che destra è, con la borghesia tramortita, il ceto medio cancellato, la gioventù ingabbiata dai social network? Dov’è finito il nemico storico, il comunismo. Oggi, non una parola sui comunisti, non uno slogan, una battuta. La partita si gioca nel recinto del proprio orticello.

Questa destra, non più anticomunista in mancanza dei comunisti, resta tutta dentro il clichè fascistoide privato però del manganello e dell’olio di ricino, imbevuti della stessa ignorante, volgare e populista retorica, dentro fino al collo nella routine politica e partitica, a caccia di poltrone, strapuntini e prebende. Storace prova ad alzare il tiro, quasi da aristocratico colto, ma riesce solo ad alzare i toni del trombone stonato e perditempo, un vuoto a perdere.

Certo, c’è un pezzo di Paese antisinistra naturaliter, per vocazione e portafoglio, cui Monti-destra-da-loden e english-man non va giù, cui sta stretto Fini furbo-arrogante-avvinghiato alla poltrona della Camera, italiani avversi all’antitalianità del barbaro padano Bossi, guardinghi nei confronti del “Ghe pensi mi” avvitato nelle leggi ad personam e nel bunga-bunga.

Chi li rappresenta questi italiani? La falangetta di Storace, quattro gatti aggrappati nella scialuppa dei naufraghi nostalgici rancorosi alla deriva? Non si va, quando va bene, oltre la predica. Ma a Roma, ieri, si è consumata la sceneggiata pre elettorale, il segnale al Cavaliere per mettersi sulla bilancia, pronti ad attaccarsi come ultimo vagoncino nel convoglio berlusconiano, che arranca senza guida e va non si sa dove. Farsa o melodramma?

Scriveva Giorgio Bocca su Repubblica nel 1984: “Anche nel dopoguerra imperversò il vizio della cultura antifascista di fingere che il fascismo non c’è stato, o è stato una parentesi casuale, di scarsa importanza. Sicchè il discorso parte da Gramsci e arriva a Togliatti, da Sturzo a De Gasperi senza interposto fascismo”.

Succederà così, fatte le debite proporzioni, anche per la destra finiana e post finiana e per quella berlusconiana?

  • shares
  • Mail
3 commenti Aggiorna
Ordina:

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO