Il Leoncavallo si salva di nuovo dallo sfratto



Per i cittadini milanesi il Leoncavallo, o Leonka, è un simbolo; una sorta di monumento all'illegalità dove tutto è lecito. Ma anche nel resto d'Italia è da tempo assurto a emblema di tutti i centri sociali, e in quanto tale da sempre difeso a spada tratta da una certa sinistra che si pone il problema della legalità solo quando a trasgredire la legge non sono i "compagni".

La notizia è che ieri era previsto il 16° tentativo di sfratto del Leoncavallo, ma "per assenza della forza pubblica" è stato rinviato al 22 settembre. Ricordiamo che il centro occupa gli stabili di via Watteau di proprietà della famiglia Cabassi dal 1994, dopo aver traslocato dalla sede storica nella via omonima in cui aveva messo radici (sempre illegalmente) per 20 anni. Si potrebbe obiettare che i Cabassi all'epoca in pratica cedettero volontariamente il loro stabile, quindi ben gli sta. Ben diverso il discorso per gli esasperati abitanti del quartiere, che da 14 anni pagano le conseguenze del "gesto di generosità" della ricca famiglia meneghina la quale chiaramente vive altrove.

Ricordiamo altresì che il Leonka, base logistica di molte delle manifestazioni violente milanesi dell'ultimo trentennio, ha un volume di entrate stimato in circa 600.000 euro, frutto soprattutto della vendita di biglietti e bevande/cibarie per concerti e iniziative varie. Ovviamente su questi proventi gli occupanti no-global non pagano tasse, nè sono soggetti a diritti SIAE, licenze commerciali o d'esercizio... niente di niente.

No global, no logo, no a tutto quel che ti pare, ma soprattutto a farsi toccare nel portafoglio.

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