70 anni fa, il “Codice di Camaldoli”: fra storia e attualità

Sono passati 70 anni (18-24 luglio 1943) dal Convegno nel monastero di Camaldoli, dove un gruppo di intellettuali cattolici – pochi giorni prima del Gran Consiglio che disarciona il Duce - si incontrano e sottoscrivono il famoso “Codice”.


E’ una carta fondamentale del pensiero sociale cattolico, un programma per la rinascita dell’Italia e la sua Costituzione, base politica della Democrazia Cristiana, spesso disattesa ieri dagli stessi esponenti dello Scudo crociato, oggi dai politici cattolici sparsi nei vari partiti.

Sono in pochi a ricordare che, precedentemente, in pieno fascismo, sempre nell’antico monastero benedettino Giovanni Battista Montini, un prete bresciano che diverrà poi Papa Paolo VI, organizza le “settimane teologiche” degli studenti, un incontro che diventa il simbolo della resistenza morale e culturale di una generazione che viene formata alla pazienza della storia, alla ricerca, all’ascetica dello studio, della preghiera e della riflessione, contro l’arroganza brutalmente semplificatoria delle parole d’ordine, dei simboli e dei miti di massa, cari non solo alla dittatura ma a una parte non certo marginale del mondo cattolico.

Quanta attualità in questi concetti che mettono ancor più in risalto il fango in cui è sommersa oggi la politica nostrana e il nulla dei suoi esponenti (a cominciare da quelli cosiddetti cattolici), ad ogni livello!

In particolare il Codice di Camaldoli si basa sull’affermazione della dignità della persona e del suo primato sullo Stato (qui la profonda differenza con il comunismo marxista leninista), il riconoscimento della laicità dello Stato, il forte ruolo della politica e dei partiti come garanti della democrazia e della giustizia sociale, la funzione sociale della proprietà:
Punto centrale della dottrina economica del Codice è la teoria, elaborata da Vanoni, dell’attività finanziaria pubblica che, seguendo il criterio della giustizia sociale, deve provvedere all’equa ripartizione di oneri e benefici del prelievo fiscale.

Il ruolo svolto dai cattolici nella vita pubblica italiana, dall’immediato dopoguerra, è stato costruito su questi pilastri. Lontano dai riflettori. Insomma, una “terza via” che è la via dell’economia mista, dove lo Stato interviene nella gestione del mercato per regolamentarlo, controllando la redistribuzione della ricchezza. C’è l’influenza del New Deal di Roosevelt, superando la Rerum Novarum e le teorie di Toniolo che puntavano in una sorta di partecipazione dei lavoratori ai profitti dell’impresa.

Dal Codice, Alcide De Gasperi trarrà la linfa per costruire quella Democrazia Cristiana, “un partito di centro che guarda a sinistra”, componendo “in un equilibrio dinamico” le diverse anime, le diverse culture, le diverse origini e sensibilità sociali delle varie componenti confluite nella nuova formazione cattolica.

Sono passati 70 anni, ma sembrano secoli. Oggi la crisi economica è solo una componente della crisi politica, a sua volta figlia di una crisi ben più profonda di valori, ideali, speranze, crisi culturale e morale che non apre trovare argini.

Scrive il direttore di Eptaforum Francesco Gagliardi: “Tale impegno (dei cattolici ndr) oggi è reso ancora più urgente dalla fragilità della nostra democrazia. E non si può pensare di affrontarlo in ordine sparso e con vacui personalismi. Immaginare che i cattolici possano efficacemente inserirsi nelle dinamiche politiche, economiche e dell’informazione, dominate da ristrette oligarchie, senza un disegno strategico e strumenti adeguati è una "pia illusione" e un’abdicazione al dovere di responsabilità verso i fratelli che assimilerebbe i nostri comportamenti alla risposta di Caino a Dio”.

Non fa una piega. Anche visto dal versante laico.

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