Crisi, la lobby che sguazza nello spreco della spesa pubblica e gli italiani ko. Avvoltoi in azione

C’è l’Italia dei fan club pro e contro Berlusconi che attende la sentenza della Cassazione di domani 30 luglio come un “passaggio storico” e ci sono gli italiani angosciati dalle scadenze di fine mese: poche entrate, tante uscite, travolti da mutui, tasse e balzelli di ogni tipo, beffati dalla politica corrotta, a credibilità zero.

Non è vero che la crisi colpisce tutti allo stesso modo. Da una parte ci sono famiglie, giovani, disoccupati, anziani, commercianti, artigiani, piccoli e medi imprenditori che non ce la fanno più, dall’altra c’è un Paese di bengodi, con i nababbi della politica e di altre cento caste di ingordi privilegiati che scialano e sprecano incuranti di quel che accade interno a loro.

In Italia c’è sempre stata una potente e profonda lobby trasversale sul piano sociale e politico che dalla crisi ci guadagna, ieri con l’inflazione fuori controllo, oggi con lo spreco della spesa pubblica.

Scrive Panebianco sul Corriere: “ C’è un sistema di potere che difende uno status quo basato sullo spreco e sulla spesa pubblica. Un sistema che ha incamerato, nonostante tutte le promesse, i recuperi di gettito dall’evasione fiscale”.

E il segretario della Cisl Raffaele Bonanni incalza: “Una spesa pubblica che non è fatta di stipendi o di “fannulloni”, ma di prebende per i politici, di appalti, convenzioni e concessioni manovrate da gruppi politico-economici. È un grumo che non si giustifica. Finche questa storia non cambia saremo schiacciati dalle tasse. E finché le tasse saranno così alte non usciremo dalla crisi”.

Anche il governo Letta è costretto alla “stanga” da una Ue (Bce, mercati ecc) che batte sempre sullo stesso tasto: stringere ancora la cinta per ridurre il debito pubblico, poi investimenti e riforme per la ripresa e quindi abbassamento del prelievo fiscale. Ora, a parte che in Italia c’è il nodo cronico dell’evasione fiscale a dir poco scandalosa e una spirale perversa fatta di sprechi, dissipazione, consorterie, vale ancora questa impostazione (o imposizione della Germania?), con il rischio che il malato (in questo caso l’Italia) muoia per la infinita recessione e non regga fino alla fase due, quella della ripresa?

Forse serve davvero uno “strappo”, almeno un cambio di passo, quello della riduzione delle tasse, qui e adesso, a prescindere. Si dirà che iniziare da una riduzione delle tasse farà esplodere il deficit pubblico e saltare i vincoli europei. Il rischio c’è. Ma proseguendo così non si è ancora tirato fuori un ragno dal buco e se si aspetta ancora non ci sarà più niente da fare.

Rilanciare l’economia deve essere la priorità e la riduzione delle tasse il primo passo per ripartire, ridando una ventata di fiducia, importante anche sul piano psicologico, per far credere agli italiani che un futuro c’è ancora.

Letta è nella morsa fra Pdl e Pd in altre faccende affaccendati, ma ha molte carte da giocare per avviare una manovra di crescita, basata sugli sgravi fiscali. Anche per questo serve una spinta sociale, per dargli più coraggio. E qui si sente la mancanza dei partiti, l’anello debole che non forma la catena e non fa girare le ruote.

In tal modo a Letta non resterà che recitare il suo “sermone” per un autunno di “fratellanza”: ci sarà chi darà voce alla protesta sociale, con gli avvoltoi già pronti a spiccare il volo per ghermire la preda.

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