Sciopero generale CGIL: perché è giusto scendere in piazza


Perché scendere in piazza? Perché lo strappo portato a termine da Mario Monti e dal ministro Fornero non è accettabile: cancella il metodo della concertazione, esclude il principale sindacato italiano e tradisce quelli che, secondo le voci che giungono dal Pd, erano i patti. Patti che anche la Cgil di Susanna Camusso era disposta ad accettare.

Questo per quanto riguarda il metodo. Nel merito il governo Monti - dopo aver ceduto sulle liberalizzazioni alle varie corporazioni - scarica sulle spalle dei lavoratori il costo della crisi: voler fare passare la riforma del lavoro presentata come un'estensione dell'articolo 18 è ridicolo. Come hanno spiegato dalla Cgil, i licenziamenti per discriminazione in Italia sono praticamente nulli, quindi l'estensione di questo divieto anche alle aziende con meno di 15 dipendenti non modifica nulla nella sostanza.

Il Pdl gongola: ha vinto sulle liberalizzazione e sta vincendo anche sull'articolo 18. Le difficoltà del Pd in questa fase sono enormi, ma almeno una cosa Bersani la chiarisce: "Diventeranno tutti licenziamenti per cause economiche e se anche fossero giudicate non veritiere, il datore di lavoro se la caverebbe con 15 mensilità, si squilibrano i rapporti di forza". Le mensilità possono arrivare fino a 27, ma escludere la possibilità del reintegro tout-court nei casi di licenziamento per motivi economici è una chiara forzatura da parte del governo.

Esattamente dieci anni fa Sergio Cofferati riempiva Roma con milioni di manifestanti per combattere la riforma dell'articolo 18 voluta da Berlusconi: la crisi e Mario Monti non sono due ragioni sufficienti per accettare la scomparsa di diritti fondamentali nel 2012. L'articolo 18 rischia di essere solo la prima tessera del domino, e senza neanche bisogno di aggiungere nuove leggi: indebolire in questo modo la posizione del lavoratore lo rende più debole, obbligato ad accettare tutto quello che gli viene proposto sotto minaccia del licenziamento. Esattamente quello che succede con i precari: ma "precarizzare" il lavoro anche di chi ha il contratto a tempo indeterminato non può essere la soluzione. Si passa dalla speranza dell'estensione dei diritti, alla realtà della estensione della mancanza di diritti.

Si parlava di patti traditi: la Camusso e la Cgil non hanno puntato i piedi (e per questo si sono presi i fischi della Fiom), ed erano disposti ad accettare un compromesso sull'articolo 18, il modello tedesco: nei casi licenziamenti economico può essere prevista l'alternativa tra reintegro e indennizzo, in modo da evitare un abuso di questa norma. Il Pd ha promesso di impegnarsi in Parlamento per introdurre questa norma, la Cgil apprezzerebbe e avrebbe qualche risultato da consegnare agli iscritti. E probabilmente - sempre che il governo non decida di andare per decreto legge (una mossa che sembra però troppo rischiosa) - Mario Monti ha già messo in conto di dover accettare questa modifica, ma non l'ha messa subito nero su bianco per evitare che si avanzassero altre pretese. Ma ai lavoratori basterà così poco per non scendere in piazza?

Foto | © TM News

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