Il bene del paese?

Dal CorSera a Enrico Letta, tutti preoccupati per l'eventuale crisi di governo. Tutti tranne il Pdl.

Berlusconi e Napolitano

William T. Wollmann, nel suo monumentale saggio Come un'onda che sale e che scende, scrive:

«La giustizia, come altri altisonanti concetti, produce le più svariate conseguenze, dalla guarigione alla rassegnazione, dalla compensazione alla vendetta ai cliché ipocriti».

Di sicuro, Wollmann non poteva immaginare cosa avrebbe scatenato in Italia la normale amministrazione della giustizia, se l'oggetto della medesima è Silvio Berlusconi.

Lasciamo stare i fiumi di parole che debordano dall'area pidiellina: naturale difesa del capo unico e riconosciuto. Lasciamo stare le esagerazioni del Giornale e di Libero. Lasciamo stare anche quelle del Fatto Quotidiano che – ahinoi – non vedeva l'ora di poter chiamare Berlusconi con vezzeggiativi quali "pregiudicato", "criminale" e simili, come giustamente mi faceva notare Andrea Spinelli Barrile, un collaboratore di Blogo. Archiviamo tutto questo, perché tutto questo è il berlusconismo e l'anti-berlusconismo: due espressioni manicheiste di tifo che nulla hanno a che vedere con la politica, molto, invece, col marketing. Il marketing di Berlusconi, che vende sé come prodotto (commerciale e politico, poco importa). Il marketing degli anti-Berlusconi, che si sono fatti spazio in un'importante nicchia di mercato.

Lasciamo stare. Concentriamoci sugli altri. Repubblica fa fatica a usare le parole "colpevole", "condannato", "evasore fiscale", "frode fiscale". Che non sono denigratorie. Sono fatti. Ma è il Corriere della Sera che, ancora una volta, dà il meglio di sé.

Ci pensano ben due editoriali, a stravolgere la logica delle cose.

Il primo è a firma di Antonio Polito. Il quale ci invita addirittura a esser seri. Tutti. Lui si chiama fuori, perché evidentemente si ritiene serio. Ebbene, la sua serietà arriva a fargli scrivere sul Corriere (non a dire con gli amici al bar di fronte a un bianchino, badate bene. A scrivere sul Corriere), a proposito della sentenza di condanna a Berlusconi:

«È per lui un colpo molto duro, come dimostra il turbamento del suo messaggio di ieri sera; ma lo è anche per l'Italia e per la sua immagine internazionale, perché l'imputato è stato per tre volte capo del governo, e per il tempo restante capo dell'opposizione».

Ribaltiamo la questione: è l'unico modo per esser seri. L'immagine internazionale dell'Italia era già stuprata da tempo. Se mai, una condanna dopo tre gradi di giudizio nonostante il fuoco di fila sparato contro le vari Corti (di Primo grado, d'Appello, di Cassazione), ci riqualifica. Altroché.

Ma dove vuole arrivare Polito? In definitiva, a tracciare il medesimo "ricatto" (sebbene nella forma addolcita delle incomprensibili dichiarazioni del Presidente della Repubblica dopo la sentenza) del Pdl dopo la riunione di ieri. Perché secondo Polito bisogna sia evitare la crisi di governo sia affrontare

«finalmente il grande problema dell'amministrazione della giustizia».

Qualcuno dotato di logica e dello stesso avviso di Polito dovrebbe provare a spiegare a tutti quanti perché dopo una sentenza di condanna a Berlusconi (definitiva) si debba parlare di riforma della giustizia. Dovrebbe spiegare per filo e per segno che cosa non vada nella giustizia, esattamente. Soprattutto dovrebbe spiegare in che modo, nell'Italia di oggi, la "riforma della giustizia" (parole che sono un contenitore vuoto, un simulacro, un po' come "le sentenze vanno rispettate". Grazie, Lapalisse) farebbe il bene del Paese.

Già. Perché Polito e quelli come lui ci tengono, al bene del Paese. E così, arriviamo all'editoriale di oggi di De Bortoli. Che si intitola Prima di tutto viene il Paese.

Quale Paese? Quello reale? Quello del governo Letta? Quello dell'astensione-al-quaranta-percento-quasi?

E a chi lo si dice, che prima di tutto viene il Paese? A chi parla De Bortoli? A Berlusconi e ai suoi? Forse mi sono perso un pezzo di storia italiana. Ma esattamente, oltre a tuonare contro i comunisti, difendersi dai processi, diffondere la sindrome dell'accerchiato e fingere di essere il capo del partito dell'amore, in quali circostanze Silvio Berlusconi (e i suoi) avrebbero dimostrato di avere a cuore il bene del Paese?

E perché De Bortoli e Polito e Letta e molti altri sono terrorizzati dal voto anticipato?

«Il vincitore, ammesso che vi sia, nel febbraio scorso non vi è stato, governerebbe tra le macerie e in una emergenza ancora più grave di quella attuale che non consentirebbe alcuna riforma, tantomeno della giustizia».

Lo scrive sempre De Bortoli. Ma perché, le macerie non le abbiamo, oggi? De Bortoli, Polito, Letta, non passano il loro tempo a misurarsi con il Paese reale? Con le piccole attività, con i piccoli centri, con la crisi che li spazza via? E l'emergenza. Basta con l'emergenza. Non ha portato nulla di buono, l'urgenza: la prova è che dopo vent'anni stiamo ancora a parlare di Berlusconi, e la situazione si aggrava. Ci vogliono le bocce ferme e i piani di lungo periodo, non le toppe immobiliste che sogna quest'ala fortemente conservatrice terrorizzata dal voto anticipato.

Forse De Bortoli e Polito parlano al Pd lettiano, che trema come una foglia al pensiero di dover finalmente dare lo strappo, di fare l'unica cosa possibile. Ricominciare. Per il bene del paese, appunto. Ma non ne hanno bisogno: il Pd trema già, e non sa che pesci pigliare. Forse temono il Movimento Cinque Stelle, che ha già dimostrato di essere talmente naif da non capire che da soli non vanno da nessuna parte.

Di sicuro non parlano al paese reale. Un paese in cui c'è un nuovo fatto.

Il fatto che da giovedì sera Silvio Berlusconi, ex Presidente del consiglio, è stato riconosciuto colpevole in tre gradi di giudizio di frode fiscale. Ha perpetrato il reato anche durante la sua carica governativa. Se anche Napolitano dovesse concedergli la grazia – richiesta, consentitemelo, isterica e ridicola –, ciò non cancellerebbe il reato. Come se non bastasse, Silvio Berlusconi aspetta l'esito di altri processi, ha altre condanne in primo grado. Dirlo non è essere antiberlusconiani, è raccontare la realtà.

E la cosa più incredibile di tutte è che del bene del paese non si deve preoccupare un condannato in via definitiva per frode fiscale. Non se ne deve preoccupare la sua compagine che sbraita e strilla e strepita sguaiata. No, se ne devono preoccupare tutti gli altri.

Suvvia. Siamo seri. E non riempiamoci la bocca del "bene del Paese".

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