Caso Moro: chiesta una commissione d'inchiesta. Firmano tutti

Trentacinque anni dopo, per iniziativa di due deputati Pd, lo stato potrebbe provarci di nuovo. A far luce sul caso Moro. Dopo le inquietanti rivelazioni di Imposimato, si tenta la via della commissione parlamentare.

Trentacinque anni dopo, il caso Moro torna ad interessare la politica. Tutto merito delle rivelazioni comparse in un libro, in cui si diceva che lo Stato sapesse della morte del politico democristiano prima della telefonata delle BR, e poi delle dichiarazioni di Imposimato, che è stato ancora più diretto e pesante:

«L’uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, di Francesco Cossiga e del sottosegretario Nicola Lettieri»

Aldo Moro - "Se telefonando", la vignetta di Mauro Biani

I tre, Cossiga, Lettieri e Andreotti, sono morti. E quindi, ora si più andare avanti.

Già. Infatti è notizia di oggi, 5 agosto 2013, trentacinque anni dopo, che è stata richiesta dai deputati del Pd, Giuseppe Fioroni e Gero Grassi, di istituire una commissione d'inchiesta. Hanno firmato, in ordine sparso, un po' tutti: da Speranza a Brunetta, da Dellai alla Meloni, da Pisicchio a Pini, da Bersani a Tabacci a Fitto.

In verità, una commissione d'inchiesta c'è già stata, nel 1979. Ha operato fino al 1981. Raccolse, fra l'altro, le incredibili dichiarazioni di Romano Prodi a proposito di una seduta spiritica nel corso della quale sarebbe emerso il nome "Gradoli" (in via Gradoli c'era il covo di Moretti). Prodi dichiarò:

«Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino, termine che conosco poco perché era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Nessuno ci ha badato: poi in un atlante abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno sapeva qualcosa e visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa. Se non ci fosse stato quel nome sulla carta geografica, oppure se fosse stata Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito. Il fatto è che il nome era sconosciuto e allora ho riferito».

Si fece un blitz in località Gradoli, senza esito. Si ignorò il fatto che a Roma esistesse una via Gradoli. Questo è solo uno dei tanti elementi che caratterizza l'incredibile coltre di fumo che ha circondato e circonda tutt'ora il caso Moro. D'altro canto, la cosa non può stupire, se i nomi coinvolti fossero davvero quelli di Andreotti, Cossiga e Lettieri.

Fioroni e Grassi sostengono, per motivare la loro richiesta, che

«a 35 anni di distanza il caso Moro è ancora una pagina densa di misteri e di enigmi. Nuove rivelazioni e dichiarazioni hanno riacceso i riflettori sul 'caso Moro'. Sembrano emergere rilevanti elementi di novità, che riguardano azioni ed omissioni. Ruotano sul sospetto, sempre più connotato da certezza, che la morte di Moro poteva essere evitata. Impegnarsi per ricercare tutta la verità è uno dei migliori servizi che come deputati possiamo fare per il rafforzamento e la credibilità delle nostre istituzioni. Ricercare tutta la verità vuol dire continuare a rendere giustizia ad Aldo Moro, alla sua famiglia e a tutti coloro che credono e amano la democrazia e la libertà e proprio per questo non temono la verità. Spiace purtroppo constatare che, fatti salvi alcuni importanti servizi radiotelevisivi e molti libri scritti sull'evento, ancora oggi esiste una reticenza generale a discutere del 'Caso Moro', di cui si parla solo in occasione delle ricorrenze del 16 marzo e 9 maggio. Nonostante il trascorrere degli anni, permane un senso di colpa su quello che lo Stato poteva e doveva fare per la liberazione dello statista Dc e che invece non ha fatto o non ha fatto completamente».

La commissione d'inchiesta potrebbe essere un caso emblematico. Perché potrebbe riscrivere parte della storia d'Italia. Ma partirà? E sopravviverà al governo delle larghe e deboli intese di Letta?

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