Gianfranco Fini: l'eterna promessa della politica italiana

All’interno di una campagna elettorale che vede un PDL apparentemente tranquillo sulle prospettive di vittoria, ma anche in preda all’ormai risaputo armamentario di gaffe e frasi ad effetto di un Berlusconi sempre più uguale a se stesso (da ultime un richiamo francamente ridicolo allo “stalinismo” del PD, e il mantra dei “fuochi d’artificio” veltroniani, quasi ci si dimentica dell’eterna next big thing della politica, Gianfranco Fini.

Fini, dopo aver intelligentemente sdoganato il suo partito post-fascista all’interno dell’allora Polo delle Libertà, ha attraversato una lenta parabola discendente di credibilità e levatura politica, nonostante un partito ancora numericamente considerevole quanto a voti.

Continuamente considerato il “futuro candidato premier”, nemmeno dopo la sconfitta del 2006 è riuscito a scalzare l’ormai settantaduenne Berlusconi, capace di riproporsi più indigesto di una peperonata. Il progetto del PDL – cioè la fusione di AN nel progetto lanciato da Forza Italia – dovrebbe forse aiutare il passaggio di consegne futuro, facendo in modo che anche le aree non proprio amanti degli ex AN possano accettare la candidatura. Ma la Lega? E la base? E le poltrone?

Questo, ovviamente, facendo i conti senza la Lega, la cui coabitazione con AN è stato uno dei maggiori fattori di litigiosità e disomogeneità durante il precedente quinquennio di governo Berlusconi. Quindi il PDL come grande progetto moderno, condiviso, lungimirante, con Fini alla base?

Peccato che proprio Fini stesso, qualche mese fa, dicesse disgustato all’annuncio di Berlusconi della nascita del PDL (il famigerato “annuncio del predellino”):«Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuole fare il premier deve fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Mica crederà di essere eterno... Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai. Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più» (18 novembre 2007).

Pare proprio che l’ennesima conversione a U di Fini sull’autostrada della coerenza politica si sia compiuta senza colpo ferire. Senza ritornare all’arcinoto passaggio da “Mussolini è stato uno dei più grandi statisti del secolo” a “Il fascismo è stato il male assoluto”, ricordiamo lo zig-zag sulla legge elettorale: dapprima votata, poi demonizzata (tanto da raccogliere firme per il referendum abrogativo), e infine accettata come legge per queste elezioni anticipate.

Sinceramente, fa una certa tristezza vedere un politico che dava segno di essere un possibile cavallo di razza ridotto a fare il ronzino della carrozza berlusconiana, con l’eterna speranza del “posto al sole” negli anni a venire e un comportamento sempre più contraddittorio.

E’ ancora più triste la notizia recente di un Fini che lancia il suo accorato appello per un futuro (il suo, ça va sans dire) migliore: alla boutade berlusconiana sul PDL come “Partito monarchico (nella leadership) e anarchico (sulle questioni etiche)”, risponde infatti con uno strappacuore “Non è più tempo di monarchia”.

Piuttosto, viene da dire, non è forse più tempo per gli eredi al trono, in un’epoca in cui gli scettri si passano sempre più tardi. E così Fini, la grande promessa oramai coi capelli imbiancati e la voce sempre più fioca, sembra tanto il principe Carlo d’Inghilterra, eterno erede al trono tenuto in disparte da un regnante inossidabile.

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