Egitto, il Washigton Post spiega: "La mediazione è fallita per colpa del generale al-Sisi"

Due settimane prima della repressione al Cairo, Usa, Europa, Qatar ed Emirati Arabi erano a un passo dalla mediazione tra governo provvisorio e Fratelli Musulmani.

Il Washington Post ha ricostruito le trattative che ci sono state fino a due settimane fa per riportare la pace in Egitto. Una task force di diplomatici, che comprendeva il vicesegretario di Stato americano William J. Burns, l'inviato dell'Unione Europea Bernardino Leon, il ministro degli Esteri del Qatar Khaled bin Mohammed Al-Attiyah e il capo della diplomazia degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Abdullah bin Zayed bin Sultan, era quasi riuscita a mediare tra i rappresentanti del governo ad interim e i Fratelli Musulmani per giungere a una soluzione che prevedeva la fine delle proteste dei sostenitori del presidente deposto Morsi e l'impegno alla non violenza da parte delle forze di polizia. L'accordo era vicino, perché il vicepremier Mohamed El Baradei (che si è dimesso qualche giorno fa) si era fatto convincere dai diplomatici, ma poi non è riuscito a ottenere il sì del generale Abdel Fattah al-Sisi, colui che è a capo dell'esercito che in questi giorni sta compiendo un vero e proprio massacro ai danni dei manifestanti perdendo anche molti agenti.

Bernardino Leon ha raccontato che la proposta di ridimensionare le proteste e avviare il dialogo tra Fratelli Musulmani e governo egiziano era semplice, ma molto promettente, tuttavia il generale al-Sisi non l'ha condivisa e ora sarebbe difficile, anzi impossibile riproporla.

I diplomatici volevano fermare le proteste senza ricorrere alla violenza e preparare il terreno per la transizione verso una nuova fase di democrazia da avviare prima di tutto con delle nuove elezioni, quelle che los tesso al-Sissi aveva promesso quando è stato deposto Morsi, ma che per ora non si riesce nemmeno a intravedere.

Prima che la repressione iniziasse, per settimane il segretario di Stato John Kerry o il suo vice Burns hanno intrattenuto colloqui praticamente quotidiani con i ministri degli Esteri del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, due Paesi piccoli, ma estremamente ricchi e che ormai hanno più voce in capitolo degli Usa nelle questioni mediorientali e che perciò avrebbero dovuto avere un ruolo di intermediari nel dialogo tra i movimenti islamisti e il governo provvisorio egiziano.
Nonostante la pressione da parte di più Paesi, sia occidentali sia orientali, il capo dell'esercito al-Sisi non ha voluto sentire ragioni, ha rifiutato ogni accordo e due settimane dopo ha iniziato la sua sanguinosa repressione.

Chi è Abdel Fattah al-Sisi, il Generale Sissi

Abd al-Fattāḥ Saʿīd Ḥusayn Khalīl al-Sīsī, o meglio Abdel Fattah al-Sisi, detto anche il Generale Sissi, è il comandante in capo delle forze armate dell'Egitto. Classe 1954, si è diplomato nell'Accademia Militare Egiziana e ha partecipato a corsi di addestramento sia nel suo Paese sia all'estero, in particolare nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

È stato il più giovane membro del Consiglio Supremo delle forze armate di cui poi è diventato presidente. È stato anche ministro della Difesa nel governo di Hisham Muhammad Qandil, il premier incaricato dall'ex Presidente della Repubblica Morsi. E sempre Morsi ha dato ad al-Sisi il ruolo di comandante delle Forze armate il 12 agosto del 2012.

Il 3 luglio del 2013, al-Sisi ha deposto Morsi dopo che gli aveva dato un ultimatum di 48 ore affinché trovasse una soluzione alla crisi politica e finanziaria dell'Egitto in cui c'erano ormai da tempo forti manifestazioni di insofferenza.

Proprio al-Sisi si è presentato davanti alle telecamere per dire in televisione che Morsi aveva fallito nel suo ruolo non riuscendo ad andare incontro alle richieste del popolo egiziano e ha annunciato la sostituzione della Costituzione.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO