Chi è Bashar al-Assad, l’oftalmologo diventato dittatore

La parabola del presidente siriano, dalla giovinezza trascorsa nel più totale disimpegno politico all’investitura dopo la morte del padre Hafiz. Ecco chi è l’uomo che ha portato la Siria sull’orlo dell’abisso

Nel canovaccio dell’esistenza di Bashar al-Assad (trascrizione occidentalizzata di Baššār Ḥāfiẓ al-Asad) non era scritto un ruolo da dittatore. Il destino, però, quasi vent’anni fa ha corretto la rotta quando lui era ancora intento a studiare oftalmologia a Londra. Sarebbe toccato a Bassel ereditare dal padre Hafiz al-Assad le redini del Paese, ma il decesso del fratello in un incidente stradale costrinse Bashar a rientrare a Damasco. Dal 1994 al 2000, Hafiz al-Assad – che aveva guidato la rivoluzione nel 1966 insieme a Nur al-Din al-Atassi, per poi sbarazzarsene quattro anni dopo e diventare presidente – dedicò gli ultimi anni della sua esistenza a preparare il figlio alla presa del potere.

Prima della morte del fratello Bassel, Bashar aveva mostrato disinteresse verso la politica tanto da avere dichiarato in un’intervista di essere entrato solamente una volta nell’ufficio del padre nei 30 anni della sua presidenza. Nato l’11 settembre 1965, a differenza dei fratelli Bassel e Shabbih Maher e della sorella Bushra, Bashar ha condotto una giovinezza riservata, dedicandosi interamente allo studio: dopo avere ricevuto l’istruzione primaria e secondaria nel mondo arabo-francese, nel 1982 si è diplomato e ha intrapreso gli studi medici all’Università di Damasco.

Nel 1988, dopo essersi laureato in medicina, ha iniziato a lavorare all’Ospedale Tishrin, il più grande ospedale militare di Damasco. Quattro anni dopo è andato a Londra per iniziare un percorso di formazione post-laurea in oftalmologia presso il Western Eye Hospital.

Nel 1994, in seguito all’incidente mortale del fratello Bassel, Bashar deve rientrare nel suo Paese e imparare l’arte del governo dal padre.

Nella geopolitica del Medio Oriente la Siria è un paese-chiave, lo è perché forma con l’Iran e, se si vuole con la parte meridionale del Libano dove Hezbollah è più forte, una sorta di cuscinetto sciita allo strapotere degli alleati arabi degli Stati Uniti. A est c’è l’Iraq dilaniato dall’eterna lotta fra sciiti e sunniti, un enigma che oltre a non essere stato risolto dagli americani, si è ingarbugliato ancora di più dopo l’intervento americano del 2003.

Dopo un inizio riformista, anche la parabola presidenziale di Hafiz ha avuto una svolta dittatoriale: nel 1982, dodici anni dopo essere divenuto presidente, Hafiz soffocò la ribellione dei sunniti nella città di Hama facendo uccidere fra le 10 e le 20mila persone. Simile il destino di suo figlio che, per soffocare la rivolta sunnita, undici anni dopo essere divenuto presidente ha dato il via a una guerra civile che in due anni e mezzo ha fatto 110mila morti (il dato aggiornato oggi dall’Osservatorio siriano per i diritti umani).

Nei tredici anni alla guida del Paese ha attuato diversi provvedimenti controversi a causa dell’appartenenza alla minoranza etnico-religiosa degli Alawiti, salita al potere 47 anni fa sotto la spinta del partito Ba’th. Per oltre un decennio la maggioranza sunnita del Paese ha tollerato il regime di Bashar che ha potuto controllare il paese con una repressione “silenziosa” del dissenso. Paese povero di petrolio, con un’economia debole e grandi potenzialità turistiche soffocate dalle maglie strette delle dogane, la Siria è l’avanguardia della politica anti-israeliana nel Vicino Oriente, specialmente dopo che negli anni Settanta Egitto e Giordania hanno avviato un processo di normalizzazione nei rapporti con lo Stato ebraico.

Le alture del Golan, conquistate da Israele dopo il successo nella Guerra dei Sei Giorni (1967) rappresentano una spaccatura mai ricomposta fra i due Stati. Da sempre la Siria offre ospitalità ai movimenti anti-israeliani come l’organizzazione palestinese al Sa’iqa ad Hamas, l’organizzazione considerata come terroristica sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Europea.

Se all’interno Bashar al-Assad ha governato per un decennio reprimendo il dissenso, in politica estera sono numerosi gli elementi che hanno fatto inserire la Siria fra gli Stati-canaglia nella black list statunitense: 1) il sostegno politico, economico e militare al partito libanese Hezbollah; 2) la protezione di Hamas; 3) l’ostilità verso Israele, stato con il quale, sin dal 1948, la Siria non ha mai firmato alcun accordo di pace e alla quale reclama la restituzione delle alture del Golan e della città di Quneytra; 4) la sintonia con l’Iran, Paese la cui influenza è cresciuta con il crollo del regime iracheno.

A questi elementi va aggiunto l’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, avvenuto a Beirut il 14 febbraio 2005. Le indagini successive all’attentato hanno messo in luce intrecci politici che hanno fatto emergere legami con la famiglia di Assad. Il 24 aprile 2005 le pressioni del Libano hanno indotto la Siria a richiamare le truppe che dal 1976 erano di stanza nella valle libanese della Beqa, anno in cui su richiesta della Lega Araba era stato richiesto alla Siria di intervenire per sedare la guerra civile in atto in Libano.

I fragili equilibri sono crollati con la Primavera Araba. Il conflitto è iniziato il 15 marzo 2011, prima con manifestazioni pubbliche, poi con rivolte, trasformandosi in vera e propria guerra civile nel 2012. Assad non ha fatto alcuna concessione ai ribelli e lui che voleva soltanto essere un oculista ha proseguito sul piano militare la politica di repressione del dissenso interno che aveva condotto per dodici anni con i servizi segreti. Ora, dopo il massacro della notte del 21 agosto scorso sembra essere arrivata la resa dei conti. Quest’oggi, alla televisione siriana, Assad ha detto che la Siria è pronta per prolungare una guerra civile che ha già lasciato sul campo 110mila vittime.

Foto © Getty Images

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