Siria, il Pentagono prepara un raid di tre giorni

Come dichiarato più volte dal presidente Usa Barck Obama, l’intervento in Siria dovrebbe essere un blitz: il Pentangono starebbe progettando un raid di tre giorni con oltre cinquanta obiettivi

Al Pentagono fervono i preparativi per l’attacco alla Siria che sarà più intenso di quanto non sia stato dichiarato da Barack Obama nelle ultime settimane. A rivelare i piani di guerra dell’amministrazione Usa è il Los Angeles Times, secondo il quale gli strateghi di guerra starebbero pensando di scaricare una pioggia di missili che sarà successivamente seguita da una serie di attacchi mirati: inizialmente ne erano previsti 50, ma la Casa Bianca ha chiesto agli alti vertici dell’esercito di ampliare l’elenco degli iniziali 50 obiettivi, per includerne altri.

Intanto la campagna di persuasione continua, oltre che sul piano politico, anche su quello mediatico. Ieri la Cnn ha diffuso uno dei 13 video nei quali vengono mostrati gli effetti del gas sarin sulla popolazione, con bambini in preda alle convulsioni e uomini distesi a terra. La Cnn ha spiegato di non aver verificato in maniera indipendente la veridicità del materiale, ma di avere ricevuto assicurazioni sulla sua autenticità dal Senato. L’amministrazione Obama sta mostrando i video ai membri del Congresso per convincerli a votare per l’attacco, mentre lo strumento per arrivare al pubblico è, appunto, la Cnn.

Eppure qualche domanda sull’origine dei video bisognerebbe farsela. Se i lealisti avevano tutto l’interesse a nascondere le loro responsabilità, allora i video sono stati girati dai ribelli? Chi altri ha potuto produrre la prova video con la quale convincere gli spettatori americani dell’opportunità del conflitto?

Siria, i ribelli conquistano Maalula, luogo simbolo del cristianesimo

I ribelli siriani mettono a segno una vittoria importante, se non dal punto di vista strategico, quantomeno dal punto di vista simbolico. La cittadina di Maalula, luogo simbolo del cristianesimo orientale, dove sorge il meraviglioso convento di Santa Tecla, è da questa notte nelle mani dei ribelli dopo uno scontro che ha visto soccombere l’esercito del regime di Bashar al-Assad.

Siria | Maalula | Foto © Davide Mazzocco

Ad annunciarlo è l’ Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria:

Durante la notte, le truppe del regime siriano hanno raggiunto il villaggio, ma le forze ribelli hanno ottenuto dei rinforzi e sono state in grado di prendere il controllo di tutta la città.

Siria | Maalula | Foto © Davide Mazzocco

Obama tesse la tela dei consensi, Kerry sempre più “falco”

Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha affermato che molti paesi sono pronti a partecipare a un attacco militare guidato dagli Usa contro il regime di Assad. Kerry ha detto di essere stato confortato dalla dichiarazione dell’Unione Europea che ha chiesto una risposta forte per il presunto attacco chimico di due settimane fa.

Kerry – che a quanto pare ama evocare Hitler – ha paragonato l’accordo di Monaco del 1938, con il quale parte della Cecoslovacchia fu ceduta alla Germania nazista:

Questo momento è la nostra Monaco, l’occasione per unirci e perseguire una pacificazione. Questo non è il momento di essere sileziosi spettatori di un macello.

Sempre più “falco”, Kerry sente che le colombe hanno le ali spiumate e che questo è il momento di abbatterle. Anche il ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha parlato di un consenso sempre più ampio e crescente:

Al momento 7 degli 8 Paesi del G8 sono del parere di dare vita a una forte reazione e 12 Stati del G20 condividono questa posizione.



A Riyadh, il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha esortato la comunità internazionale a intervenire per il salvataggio del popolo siriano. Mentre l’Unione Europea prende tempo, il presidente statunitense Barack Obama, rientrato dal G20 di San Pietroburgo dove è riuscito a convincere alcuni Paesi a sostenere la sua posizione, ha cercato di convincere il pubblico americano e il Congresso della legittimità dell’imminente attacco:

Invito i membri del Congresso, da entrambe le parti, a trovare un incontro e a levarsi per il tipo di mondo in cui vogliamo vivere.

Poi ha ripetuto il consueto mantra:

Questo non sarà un altro Iraq o Afghanistan.

Il premio Nobel per la pace (maldestramente preventivo) del 2009 sa che i due spettri con cui fare i conti sono quelli.

Via | Al Jazeera

Foto | Davide Mazzocco | © Getty Images

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