Berlusconi con l’acqua alla gola? E nel Pd soffia aria di scissione

Nel momento più acuto della crisi personale e politica di Silvio Berlusconi nel Partito Democratico si agitano nuovi fantasmi di scissione. La ressa per salire sulla carrozza di Matteo Renzi, dato oramai quale prossimo dominatore di primarie e congresso, spinge i cespugli di minoranza a legarsi e a minacciare di abbandonare il partito lasciandolo in mano al “rottamatore” e ai suoi aficionados vecchi e nuovi.

La storia si ripete – si dirà – e sarebbe di poco conto se fosse esclusivamente una questione interna di partito, beghe di potere e nulla più.

Ma non è (solo) così perché il Pd è l’asse portante della maggioranza che regge il governo delle “larghe intese”, partito indispensabile per arginare l’urto delle prossimo ore quando Berlusconi scatenerà … “l’inferno” per tentare una via d’uscita dai gorghi giudiziari, veri e propri cappi al collo capaci di destabilizzare alla radice, se non mettere definitivamente ko il Cav sul piano politico e anche su quello economico.

Nella sinistra italiana ci sono state scissioni anche “nobili”, cioè spinte da motivazioni strategiche, politiche, a visioni diverse della società e delle alleanze sociali e di partito. Spesso si è trattato di espulsioni (vedi nel Pci la questione del Manifesto) ma scissioni vere e politiche hanno lasciato il solco: a parte quelle del Psi, come non ricordare quella derivante dallo strappo di Berlinguer dall’Urss che portò Armando Cossutta a rompere con il suo partito fondandone un altro post comunista che rivendicava tutta la tradizione gramsciana e togliattiana legata al mito della Rivoluzione d’Ottobre?

Frange di quegli spiri inquieti esistono anche oggi dentro il Pd dove c’è gran timore che Renzi sposti la rotta verso una indistinta zona franca centrista neodemocristiana, cancellando definitivamente con un colpo di spugna quel che resta dell’identità di quella via italiana al socialismo di togliattiana e berlingueriana memoria.

Qui si parla però non della svolta di Lione di Gramsci, di quella del partito nuovo d Togliatti, del gran salto del compromesso storico di Berlinguer. Con il Renzi che grida di voler “asfaltare” Berlusconi e ciò che resterà del Pdl-Forza Italia si resta nei fumi nauseabondi e rancidi della bassa cucina, ancorati alla continuità bersaniana di voler “smacchiare il giaguaro”, quindi – cattivo gusto a parte - al velleitarismo personale e partitico che ha portato dove tutti sanno. Allora?

Ci soccorre Peppino Caldarola ex Pci ed ex braccio destro del D’Alema premier (poi rinnegato). Scrive l’ex direttore de l’Unità: “ Scissione? Non credo a questa possibilità. Per una ragione di fondo. Chi si scinde dove e con chi va? Le scissioni di sopravvivenza falliscono, basta pensare a quella che fece Fini. Le scissioni hanno senso se ci si vuol mettere al centro di uno nuovo schema politico o se la parte maggioritaria del tuo partito sta cambiando campo”. Tutto vero.

Ma nel Pd vige il rancore e troppe sono le belve (si fa per dire) che già si sentono ferite, pronte a usare fionde e frecce contro un nuovo “nemico”. Altrimenti, dopo la fine di Berlusconi, che fanno questi (pseudo) rivoluzionari di professione?

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