Alitalia: quando Romano Prodi la voleva vendere ad Air France e Berlusconi si oppose

Oggi la compagnia di bandiera potrebbe andare ai francesi, con molto meno guadagno per l'Italia


Queste sono probabilmente le ultime ore di Alitalia nella forma in cui ora la conosciamo: dopo la fumata nera degli incontri di ieri, è sempre più probabile che la compagnia di bandiera finirà nelle mani francesi di Air France - Klm, anche se il governo sta cercando un partner pubblico italiano che salvi la situazione entro sabato, quando in mancanza di novità, Eni sospenderà le forniture di carburante. Quello tra Alitalia ed Air France è un matrimonio predestinato, e che si sarebbe dovuto consumare già cinque anni fa, quando tutto era pronto e a condizioni decisamente migliori di quelle odierne.

Nell'autunno 2007, durante il secondo governo Prodi, l'esecutivo, su iniziativa del ministro Padoa Schioppa e del premier, avviò una trattativa con i francesi, gli unici seriamente interessati a rilevare Alitalia. L'anno prima, l'allora ministro dello Sviluppo Pierluigi Bersani aveva cercato di vendere il 39% delle azioni della compagnia ancora in mano pubblica, per risanare il bilancio, ma l'asta andò deserta per colpa dei paletti posti. L'anno successivo si decise di vendere tramite trattativa diretta e i francesi diventarono interlocutori unici.

Nei mesi successivi, proseguirono gli incontri, anche con i sindacati, e si arrivò a un accordo di massima: Air France avrebbe sborsato 1,7 miliardi di euro, gli esuberi sarebbero stati 2.100, le linee aeree sarebbero scese a 149 ma non sarebbero state modificate le tratte preesistente. Tutto stava per andare in porto quando il governo Prodi perse la maggioranza, fallirono i tentativi di formare un altro esecutivo e si andò a elezioni anticipate con Silvio Berlusconi che condusse una campagna elettorale (da grande favorito) combattendo l'ipotesi di vendita ai francesi e promuovendo "l'italianità" della compagnia.

Viste le mutate condizioni politiche, Air France si ritirò dalla trattativa prima ancora che Berlusconi tornasse al governo, spiegando con sincerità: "In questo settore nessuna operazione di questo tipo si può fare in modo ostile e contro un governo". Berlusconi come previsto vinse le elezioni, e ad agosto 2008 il governo fece scendere in campo una cordata di imprenditori italiani tra cui Colaninno, i Riva e Marcegaglia che rilevarono Alitalia, a condizioni decisamente meno vantaggiose per lo Stato. Alitalia venne infatti separata in una "good company" (la Cai) che venne venduta alla cordata per 1 miliardo, mentre la "bad company" restò allo Stato, che dovette anche pagare la cassa integrazione per 7 anni agli esuberi, nel frattempo diventati 7.000.

Un'operazione fortemente criticata, che a fronte del mantenimento della compagnia in mani italiane pesò molto sulle casse dello stato (oltretutto gli imprenditori della cordata, tutti concessionari pubblici, pare ricevettero altre compensazioni in cambio dell'operazione), e che si è rivelata inutile, tanto che oggi Alitalia potrebbe andare ai francesi, dopo 5 anni in cui lo Stato ha pagato per "l'italianità", e ovviamente a condizioni molto meno vantaggiose, visto che oggi Air France ha un potere di contrattazione molto più alto nei confronti del governo italiano. Insomma, forse Prodi e Padoa Schioppa avevano ragione.

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