Tagliare gli stipendi dei parlamentari: il referendum di cui nessuno parla

Se le tv e i grandi quotidiani tacciono, tocca al web promuovere il referendum per l'abrogazione degli stipendi d'oro dei parlamentari. La raccolta firme è partita nel silenzio più assoluto il 14 maggio (è possibile sottoscrivere il referendum in tutte le segreterie dei Comuni italiani) ed è promosso dal Partito dell'Unione Popolare. Movimento totalmente sconosciuto che grazie a questa iniziativa sta facendo parecchio parlare di sé. E infatti viene accusato da più parti di volersi fare solo pubblicità con una referendum illegittimo o inutile. Vediamo prima di che cosa si tratta:

Sul sito del partito promotore si può leggere quanto segue: "Si tratta di abrogare l'art. 2 della legge 1261 del 1965 che disciplina le indennità spettanti ai membri del Parlamento. Nello specifico il suddetto art. 2 definisce i compensi relativi alla diaria ed alle spese di soggiorno a Roma dei parlamentari. Avrebbe dovuto, e potuto, essere un segnale importante per il Paese se i Parlamentari stessi avessero rinunciato a tali compensi. Ma, visto che ciò non è accaduto, allora saremo noi cittadini elettori a provare a far diventare realtà tale richiesta. Da lunedi 14 maggio in tutti i Comuni d'Italia si può sottoscrivere il referendum presso le segreterie comunali".

Si tratta quindi di cancellare quei rimborsi che vengono dati ai parlamenti per le spese per il soggiorno a Roma e che, cosa di cui si è abbondantemente parlato, vengono date anche a quegli onorevoli che a Roma ci vivono. Scrive il bog Attualissimo:

Sul sito della Camera viene spiegato come si tratti di un vero e proprio rimborso spese che ammonta a 3.503,11 euro, con varie detrazioni a seconda della presenze. Questa rappresenta soltanto una piccola componente delle indennità spettanti ai parlamentari e che hanno già subito un taglio di circa 500 euro lordi a inizio gennaio. Qualora questo articolo venisse abrogato in via referendaria, secondo le stime si risparmierebbero circa 48 mila euro all’anno per ogni membro del Parlamento.

Messo così sembra tutto più che legittimo, ma allora perché tante perplessità e le accuse al movimento di farsi pubblicità picchiando sul solito tasto dell'anticasta? I dubbi sono almeno due, e sono qui ben riassunti:

Una riduzione dei compensi ai parlamentari è già “realtà” (modifiche all'indennità stavolta), vergata nero su bianco da modifiche successive al decreto legge del luglio scorso. In questo senso la strada del referendum, ove basterebbe una legge di 2 righe, appare controversa e non del tutto giustificata. Anche considerando che una consultazione popolare ha un costo non indifferente, che cancellerebbe abbondantemente il “risparmio” ottenuto dall'abolizione della diaria. Certo, si potrebbe obiettare che si tratta di un segnale, di un messaggio del popolo alla classe “dei privilegiati”.

Se la politica non interviene, è giusto che ci pensino i cittadini attraverso un referendum, anche se la questione dei costi non è di poco conto. Un altro dubbio riguarda invece i tempi:

Nel 2013 si voterà per le elezioni politiche e la legge non permette l'indizione di una consultazione referendaria nell'anno precedente, quindi anche un eventuale esame delle firme da parte della Cassazione (ove mai si raggiungesse il numero di 500mila segnature) dovrebbe partire nel 2013. Successivamente partirà la fase di “riscontro della costituzionalità” del quesito, un processo che potrebbe essere lungo e che è precondizione alla fissazione della data. Insomma, tempi lunghi, 2014 forse, ma anche primavera 2015.

Un terzo dubbio riguarda invece il silenzio che circonda questa iniziativa. A parte i mass-media, dove sono i politici che hanno fatto dell'anti-casta il loro grido di battaglia? Grillo e Di Pietro perché non appoggiano questa raccolta firma? I casi sono due, o non vogliono fare pubblicità a un partitino che potrebbe crescere grazie a questa battaglia, oppure non pensano che l'iniziativa meriti il loro appoggio. In questo caso, però, dovrebbero almeno spiegare le ragioni.

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