Pier Luigi Bersani "spiazzato". PD nella tenaglia fra Monti e ...Berlusconi

Non ha il phisique du role di Aumphrey Bogart, Pier Luigi Bersani, uno che, come recitava un vecchio slogan pubblicitario “stimola ma non stordisce”.

Il mezzo sigaro toscano, più che conferirgli l’aria da leggendario rivoluzionario di un Che Guevara, lo riconduce in una piazza della bassa emiliana, un sensale che bada all'affare, un prof in pensione con l’eschimo da ex sessantottino, un incallito giocatore di tresette, il compagno dagli infiniti “amarcord”.

Perché a Bersani Pier Luigi, persona seria e capace, dirigente di stampo Pci sbattuto dai marosi della storia nelle secche del Pd, il pallino sfugge sempre di mano? Se non fosse per il lider Maximo (D’Alema), Pier Luigi non sarebbe lì dov’è, a capo di un partito dato sempre vincente, ma non si sa di che, perché poi a comandare ci vanno sempre altri.

Figli di un dio minore, questi ex giovani rampolli del partitone che non faceva battute, ammonendo e blandendo: “veniamo da lontano e andiamo lontano”, predicano e (anche) razzolano bene, ma non concludono. Come quei giocatori che corrono corrono per il campo ma non trovano mai il buco della porta.

Giorgio Bocca scriveva del “Migliore”: “Non si capisce Palmiro Togliatti se non si capisce che anche il suo lucido realismo che alcuni chiamano cinismo, il suo intellettualismo, la sua accettazione dei poteri millenari delle grandi istituzioni, fossero la Chiesa Cattolica o il grande stato socialista, avevano un senso perché credeva, pensava che stesse sorgendo una società nuova. Sbagliava, ma quanti uomini, quante generazioni hanno commesso un errore simile? E cosa sarebbe la storia degli uomini senza quegli errori?”. Ecco, tutto qui.

E’ la differenza fra un campione e un fuoriclasse: il primo, anche vincesse, non assurgerà mai alle vette del secondo. Forse è troppo scomodare la storia per raccontare la misera politica nostrana, oggi. Con Moody’s che declassa l’Italia a Baa2 perché “il clima politico è fonte di rischi”.

E Bersani? E il Pd? Conquistano la palla, ma sono in fuorigioco. La partita è un’altra. Con altri giocatori, altre squadre, altri scenari. Monti, il prof premier, dopo il voto resta ma non resta. E il Cav, fonte di tutte le disgrazie (del Pd e affini), dopo l’addio, ricarica la nuova crociata per il gran ritorno.

Bersani spiazzato, si consola con Pierfurby Casini (alleanza rattoppata col Pd perché nel gregge sparso dei moderati rientra il lupo di Arcore), e sbatte le porte in faccia a Di Pietro e a Vendola. Ah, la (incompresa) lezione togliattiana! Il Migliore non ha mai commesso l’errore di chiudersi alle spalle ogni via di ritirata, di privarsi con le sue mani di ogni alternativa.

E nel Pd del solleone si apre il dibattito sulle … due sinistre. Ci si azzuffa su Monti, pro e contro, macelleria sociale sì, macelleria sociale no. E non si ha il polso del Paese reale, che non sa dov’è il Pd, non sa cos’è il Pd, con Bersani “costretto” a votare in Parlamento i voti di fiducia e ad arrampicarsi sugli specchi poi, alle feste de l’Unità, per dire sì, però.

Solita solfa, solita confusione, né proteste vere, né proposte vere. Bersani tampina Monti e Berlusconi, saltimbanco che turba la Ue, sia mai!, frega entrambi.

“Vinca il migliore!” A questo augurio di un giornalista prima di entrare in campo, “El paron” Nereo Rocco, all’epoca alla Triestina, rispose: “Speriamo di no!”. Chissà mai?

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