Grillo, Renzi, Berlusconi, leader o sandaggisti?

Non è solo Beppe Grillo, come scriveva ieri su Repubblica Eugenio Scalfari, ad avere aperto la campagna elettorale in vista delle elezioni europee del maggio 2014 e “di quelle italiane che egli si augura e fa di tutto per provocare il più presto possibile”.

Pur con modalità e accenti diversi, anche PDl-Forza Italia e Pd, suonano la stessa musica del M5S in preparazione di quelle urne che si prevedono quale toccasana dei mali della politica e dei mali del Paese.

Ora, Scalfari scrive che “si tratta (quella di Grillo ndr) di una campagna di destra, una destra xenofoba contri gli immigrati, qualunquista – tutti i partiti nessuno escluso – e contro le istituzioni, dal capo dello Stato al presidente del Consiglio ai ministri – tutti – e contro la magistratura e la Corte costituzionale”.

I rischi che “Se vince Grillo, il Paese va a rotoli” non sono campati in aria. Ma come non chiedersi del perché milioni di italiani hanno votato il M5S? Quale lezione hanno tratto da quel “segnale” i partiti, a cominciare dal Pd e dalla sinistra? Perché lasciare alla demagogia e al populismo di Grillo la richiesta di cambiamento e di pulizia? Ogni giorno i fatti dimostrano che in Italia c’è un sistema marcio sin dalle più profonde radici, che umilia gli italiani e toglie loro ogni fiducia e ogni speranza di riscatto. Le eccezioni confermano la regola.

Le varianti a Grillo sono quelle legate a un altro livello di populismo e di demagogia, solo all’apparenza più raffinate, e portano la firma di Matteo Renzi da una parte e di Silvio Berlusconi dall’altra. Questa classe politica, questi partiti (nessuno escluso) non ha compreso e non comprende tutt’ora il malessere e l'avversione contro questa politica che c’è nel Paese e che porta a Grillo, nelle urne, e, fuori di Grillo, all’astensionismo.

Nella prima Repubblica, Pci, Dc, Psi – pur dentro limiti ed errori – coglievano l’umore popolare, lo interpretavano e lo rappresentavano politicamente, al governo e all’opposizione, non seguendo passivamente quell’umore ma orientando aspettative e interessi dei singoli e dei segmenti sociali, in una visione generale in funzione della nazione tutta.

Indietro non si torna e il mondo di oggi è molto diverso a quello del ‘900. Ma questa politica ha subito una involuzione. I partiti italiani che hanno ripudiato quelli del novecento – è questa è una anomalia di tutta Europa – non hanno saputo proporre nuovi valori.

Scrive Mauro De Bue su l’Avanti: “Sembra che anche il Pd sia stato ormai inficiato dal fondamentale criterio di scelta del Pdl: la popolarità, stabilita attraverso i sondaggi. Non importa se si ritiene giusto quel che si sostiene, l’importante è che sia gradito. Renzi rappresenta meglio di altri questo approccio. Anche perché è certamente il più nuovo e il meno legato alle esperienze del Novecento politico italiano. Le sue posizioni sull’amnistia rispondono alla sua coscienza o alla preoccupazione di perdere consensi? E quella, non solo di Renzi, ma della maggioranza de Pd, di scegliere il voto segreto per la decadenza di Berlusconi risponde a una precisa convinzione o alla identica logica e cioè di cavalcare la tigre della popolarità? E questo tentennamento sulla Cancellieri a cosa risponde? La politica nobile, quella che noi abbiamo conosciuto, ci ha insegnato che a volte bisogna sapere remare controcorrente”.

Partiti senza identità e privi di leadership. Conclude il direttore de l’Avanti: “I leader non hanno mai paura, non si fanno dettare le posizioni dall’umore popolare. Non si arrendono quando le loro scelte paiono minoritarie. Anzi, lavorano perché diventino maggioritarie. Anche per questo oggi non ci sono più leader, ma solo sondaggisti”.

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