Pdl e Pd, di male in peggio?

I partiti espressione del centrodestra (Pdl) e del centrosinistra (Pd) dimostrano di essere entrambi al capolinea. Il primo non ha retto alla debacle del suo padre-padrone Silvio Berlusconi, il secondo annaspa (o affoga?) nell’ennesimo teatrino-farsa del giro infernale primarie-congresso-congresso primarie.

Un dato emerge sugli altri: il fallimento con modalità diverse dei due pur diversi partiti (insieme nel governo delle larghe intese) è il frutto della mancanza della politica. Il partito padronale non regge, come non regge il partito affidato alle alchimie organizzative.

Il disastro in cui sta affogando il partito del predellino è una faccia della stessa medaglia che vede dall’altra parte il disastro del congresso del Partito Democratico. I distinguo fra i due partiti – che pur ci sono e sono anche molto importanti – non cancellano il dato di fondo della loro crisi, iceberg della crisi più generale della politica italiana.

I partiti della seconda Repubblica fondati sul berlusconismo e sull’antiberlusconismo hanno definitivamente cancellato l’anomalia italiana della prima Repubblica con gli “inimitabili” partiti della DC e del PCI, entrambi con caratteristiche ideologiche, politiche e organizzative molto diverse dai rispettivi partiti-fratelli presenti nel mondo.

La “via italiana” felicemente coniata da Palmiro Togliatti non riguardava (solo) la costruzione del socialismo democratico in un Paese occidentale ma costituiva la pietra politica per la (ri)costruzione dell’Italia con i due partiti “insieme”, pur se l’un contro l’altro armato e uno sempre al governo e l’altro sempre all’opposizione. Situazioni irripetibili - allora dentro un mondo spaccato in due ideologicamente, economicamente, militarmente (Urss e Usa, comunismo e democrazia) – ma vissute in Italia con forte intensità per la partecipazione attiva della gente grazie alla credibilità di fondo della politica, dei partiti e delle rispettive leadership.

Oggi, mentre i governi si susseguono galleggiando dentro la più feroce crisi del dopoguerra e la seconda Repubblica giunge al capolinea, la politica ha l’occasione per un bagno rigeneratore. Così nel centrodestra, così nel centrosinistra.

In particolare spetta al Pd – partito progressista per vocazione - la prima mossa. Possibile? Scrive l’ex direttore de l’Unità Peppino Caldarola: “Questo disastroso congresso del Pd seppellisce alcuni miti. In primo luogo quello della superiorità del partito degli iscritti, incorrotto e incorruttibile, rispetto al partito delle primarie. Proprio nel partito a cui è più affezionata la sinistra interna sono avvenuti i brogli denunciati da tutti i candidati. Il che prova due cose. La prima è che non c’è soluzione tecnica salvifica se la politica che la sorregge è inesistente o fa schifo. La seconda è che il modo di organizzare i partiti moderni deve dimenticare le esperienze passate che si reggevano su una forte dose di appartenenza e di comunanza ideologica al punto da farne chiese o comunità blindate”.

Chiude Caldarola: “Bisognerebbe inventare una cosa nuova. A ridosso del congresso vinto da Veltroni ci fu una bella discussione sulla forma partito che generò molte idee bislacche ma anche interessanti suggestioni. Ripensiamoci, ovvero ripensateci. Quello che il Pd dovrebbe fare adesso è non deludere i suoi elettori più di quanto abbia fatto finora. E’ difficile convincerli che la vecchia casa, pur così fresca di intonaco, sia restaurabile. Lo può fare solo un segretario eletto con un grande successo che non si faccia spingere in mezzo al guado. Ripeto quello che ho scritto ieri: bisogna fare piazza pulita non delle correnti ma dei partiti personali. Sono noti a tutti. Come fare? Basta non eleggere più i capi-bastone”.

Qui sta il punto. O meglio, qui sta il nodo.

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