Nassiriya, 10 anni dopo. La commemorazione della strage

10 anni fa la strage di Carabinieri nella base Maestrale: 28 morti

Erano le 10:40 del mattino del 12 novembre 2003 quando, d'improvviso, un boato ha squarciato quella mattina irachena: un camion con quattro kamikaze a bordo, imbottito con 400kg di tritolo, si lanciò a tutta velocità contro il fortino dei Carabinieri di stanza nella base Maestrale dei Carabinieri Msu (Multinational specialized unit), a Nassiriya, esplodendo e strappando la vita dai corpi dilaniati di 28 persone, 19 italiani e 9 iracheni.

Quella mattina l'Italia si svegliava (erano le 8:40 a Roma) con l'incubo negli occhi, con l'orrore di una strage di 12 carabinieri, 5 militari e 2 civili cooperanti italiani, morti in un'inferno non loro: altre vittime di guerra per un Paese che "ripudia la guerra" ma che garantisce il sostegno militare nelle operazioni di peacekeeping, che di pacifico hanno solo il nome.

Erano gli anni in cui Al-Qaeda aveva il pieno controllo del caos iracheno (oggi non ha più nemmeno quello), gli anni della "jihad contro la crociata": anni di sangue e polvere, di guerra in Afghanistan, della deposizione di Saddam Hussein, della missione italiana in Iraq.

L'esplosione lasciò il campo, quasi immediatamente, alle polemiche: dai cortei di pacifisti in ogni città d'Italia, che invocavano da un lato il ritiro delle truppe e dall'altro "10-100-1000 Nassiriya", alle feroci polemiche sulle responsabilità contingenti a quella strage; Vincenzo Lops, Bruno Strano, oggi entrambi generali dell’esercito, e Georg Di Pauli, generale dei carabinieri furono messi sotto accusa per non aver protetto a sufficienza la base Maestrale in qualità di responsabili.

Una "sottovalutazione del rischio" che ha portato in tribunale i tre responsabili; processi per l'attentato di 10 anni fa hanno tuttavia assolto i tre ufficiali accusati. La Cassazione però ha anche stabilito che ci devono essere risarcimenti in sede civile per le vittime: secondo il procuratore militare Antonino Intelisano la base era a fortissimo rischio, sia per la posizione geografica che per le notizie di ingelligence giunte nei giorni precedenti la strage.

Soltanto due mesi prima era stata devastata a Baghdad la sede dell'Onu; i kamikaze avevano attaccato anche il quartier generale della Croce Rossa: era "lo straniero" il bersaglio della follia quaedista e anche i carabinieri della base Maestrale lo sapevano. Come lo sapevano gli 007 italiani, che pure avevano segnalato il rischio, senza però provocare alcuna reazione in chi di dovere.

"Lo Stato mi ha abbandonato. Prima mi faceva male ma ora capisco chi diceva "10, 100, 1000 Nassiriya". [...] Io rifiuto qualsiasi medaglia d'oro che lo Stato voglia riconoscermi: quella medaglia è soltanto fatta di oro, simbolo delle lacrime, di come si piange e ci si strappi i capelli. I tre generali indagati però sono stati ricompensati dallo Stato con le più alte onorificenze: l'Ordine militare d'Italia e il Cavalierato della Repubblica. Questo è stato fatto mentre c'erano i processo in corso. Cosa devo fare allora io? Andare lì (dal Capo dello Stato per l'onorificenza, ndr) a farmi prendere in giro? [...]

Io ero di guardia là fuori, sono uno dei pochi rimasti vivi e ho visto i miei amici e commilitoni fatti a pezzi: qualcuno mi deve dire che cosa è successo. [...] Eravamo di guardia a difendere non una caserma ma l'ultimo lembo del territorio italiano."

Sono un pugno nello stomaco le parole di Riccardo Saccotelli a Radio24, maresciallo dei Carabinieri ora in congedo, unico sopravvissuto alla strage e ora riformato perchè inidoneo al servizio.

Il ministro della Difesa Mario Mauro, durante la cerimonia al ministero, ha ricordato le vittime parlando di quel tragico evento come di un vero e proprio spartiacque nella storia recente del mondo, d'Italia e delle sue Forze Armate:

"Quel giorno capimmo nel modo tragico che sappiamo che le nostre coscienze dovevano fare i conti con una nuova stagione della storia, quella legata al terrorismo fondamentalista. [...] Dobbiamo interrogarci sul senso del sacrificio dei nostri militari e di tanti civili coinvolti.Interrogarsi per capire quale ragione ci porta a stare,noi italiani,in oltre 7 mila in giro per 20 nazioni del mondo,in missioni per tutelare la pace."

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