Il dramma dei comunisti italiani: dopo la batosta un'altra scissione?

Il congresso di Chianciano che doveva vedere la rinascita del Partito della Rifondazione Comunista sta lentamente trasformandosi nel mezzogiorno di fuoco della sinistra, come anticipato ieri dal nostro Falcioni. La divisione è totale, a partire dagli accordi di compromesso che i due principali candidati Vendola e Ferrero dovranno fare con le correnti minoritarie (in particolar modo Essere Comunisti di Claudio Grassi, 7% dei delegati) per assumere la guida del partito.

Entrambi i pretendenti appaiono la versione scialba e depressa dell'ex-segretario Bertinotti, fino a ieri plenipotenziario indiscusso di Rifondazione, e oggi malinconicamente seduto in settima fila come un delegato qualunque, esiliato nel buen retiro da lui stesso deciso, e apparentemente o volutamente incapace di incidere sulla "svolta" dei suoi. Le feroci polemiche piovute su di lui dopo la batosta elettorale hanno certamente contribuito all'esilio volontario di un uomo che, ricordiamolo, in passato aveva condotto Rc a grandissimi successi, facendo da ago della bilancia in entrambi i governi di centro-sinistra.

E quindi ci tocca assistere al triste discorso di un personaggio anti-carismatico come Nichi Vendola, che già nel suo incedere bofonchiante fa venire il latte alle ginocchia, ma a questo aggiunge una terrificante prosopopea da finto secchione. O per meglio dire, quando apre bocca si capisce benissimo che declama il discorso scrittogli da un altro, come il classico studente che ha ingoiato un tomo prima dell'interrogazione di fine anno.

E Ferrero? In attesa di sentirne il discorso ci riaffiora il ricordo di quella sensazione di chiusura che ha sempre sfoggiato, soprattutto quand'era ministro nel governo Prodi. Una specie di caramella rimasta nel cassetto per anni, magari ancora commestibile ma vagamente stantia, che lascia in bocca quel sapore mitemente dolciastro. Molto meglio il suo "discepolo" Maurizio Acerbo, giovane e appassionato, che ieri si è assunto l'onere di illustrare la mozione Ferrero, mostrando almeno un poco di vitalità.

Di fatto Vendola vanta una risicata maggioranza (47% dei delegati contro il 40% dell'avversario) e alla fine vincerà, ma le divisioni sono tali che non si può escludere una scissione dei ferreriani, per andare a rimpinguare le file di un altro dei tanti pianetini della sinistra extra-parlamentare (Pdci, Sinistra Critica, eccetera eccetera) o creare addirittura un altro satellite impazzito. Tutto fumo, tutto chiacchiericcio inutile e tempo perso rispetto all'unica strada percorribile: l'unità della sinistra.

In questo paese di bastian contrari ci sarà sempre spazio per una forza consistente all'estremità del Pd, una forza che può valere tra il 5 e il 10% ma che deve essere unitaria ed avere un nome preciso: Partito Comunista Italiano. Ma per fare questo serve un leader riconosciuto e soprattutto nuovo, il cui carisma permetta di riunire tutti i vecchi boiardi sotto una sola bandiera. Bertinotti ne aveva la statura, ma ormai è bruciato. Vendola, Ferrero, Diliberto e compagnia sono tutti comprimari. Non resta che attendere il nuovo Berlinguer, in un'anticipazione del medesimo problema che avrà tra qualche anno il centro-destra post-berlusconiano: trovare un leader vero.

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