Caso Kazakhistan: spunta un certificato falso per l'espulsione della piccola Alua

Il Pd chiede ad Alfano di chiarire il possibile coinvolgimento del Dipartimento di Sicurezza italiano


Se Angelino Alfano (e come lui il capo della Polizia Alessandro Pansa) pensava che il caso Kazakhistan, l'espulsione della moglie e della figlia del dissidente Mukthar Ablyazov, si fosse esaurita con la frettolosa indagine interna, riferita poi in Parlamento, e conclusasi dando la colpa al Capo di gabinetto del Viminale Procaccini, oggi avrà avuto una brutta sorpresa.

La vicenda, che presenta ancora dei punti oscuri tutt'altro che chiariti dall'inchiesta interna commissionata a Pansa da Alfano (cioè da colui che dall'inchiesta poteva risultare responsabile), si arricchisce oggi di un altro particolare. I difensori di una delle figlie maggiori di Ablyazov hanno depositato in procura una perizia in cui si attesta che la foto della piccola Alua, la figlia di Ablyazov e della moglie Alma Shalabayeva, sul certificato prodotto dalle autorità kazake è un falso, ritoccato con Photoshop, e che quindi il documento stesso è falso. Ma la foto è stata presa dal passaporto che la piccola aveva sul passaporto centroafricano, che però era in custodia presso le autorità italiane. Quindi, qualcuno al Viminale ha dato il passaporto ai kazaki affinché scansionassero la foto e la copiassero su un passaporto fatto per l'occasione.

La questione è molto delicata, per più di un motivo. Intanto perché quel passaporto kazako, che ora si scopre falso, è stato decisivo per procedere all'espulsione. Quando infatti Alma Shalabayeva era stata prelevata, e l'ambasciata kazaka aveva convinto le autorità italiane che fosse la moglie di un terrorista e che andasse rimpatriata, si presentò un problema: i kazaki non potevano produrre un documento che attestasse l'identità della bambina, che è nata a Londra. Senza quel documento, Alua non poteva essere espulsa, e a quel punto il giudice di pace non avrebbe potuto decretare l'espulsione della madre lasciando la bambina senza genitori.

Dopo qualche ora di attesa, però, alla Questura di Roma arriva il documento tanto agognato: il certificato kazako che attesta l'identità di Alua, con tanto di foto. Ora gli avvocati hanno fatto esaminare la foto a un esperto di grafica, e da questa analisi risulta che la foto è la stessa presente nel passaporto centrafricano di Alua, con un segno dello strumento "cleaning" di Photoshop in corrispondenza al punto in cui, sul passaporto, c'è il timbro della Repubblica centrafricana. Quindi chi ha fabbricato quel certificato, ha scansionato il passaporto di Alua e ha photoshoppato la foto per cancellare il timbro prima di incollarla sul nuovo documento.

Ma qui c'è la seconda questione grave: quel passaporto era stato sequestrato dalla polizia durante in blitz nella villa di Casal Palocco, ed era nei cassetti della Questura. Come hanno fatto i kazaki ad averlo e a poter prelevare la foto? Possibile che l'influenza kazaka (di cui già si hanno avuto assaggi con la presenza dell'ambasciatore al Viminale e in Questura) si sia spinta così in là. I membri delle Commissioni Esteri di Camera e Senato in quota Pd hanno già chiesto al ministro Alfano di riferire in aula su queste novità: il caso Ablyazov è appena ricominciato.

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