Renzi vince ma non convince. E il PD ribolle

L’ammonimento di Aldo Moro: “I voti non si contano, si pesano”, oggi parrebbe un non senso, dato che chi ha più voti vince, anche se il numero di chi va a votare è sempre più ridotto, fino a rappresentare una maggioranza della … minoranza.

Non ci rivolgiamo ai risultati delle elezioni in Basilicata, segnale disastroso non solo per il M5S ma per l’astensionismo, bensì alla netta vittoria di Matteo Renzi nei circoli del Pd. Ad esultare, sono stati proprio quelli che fino a poche settimane addietro erano i pasdaran di Pier Luigi Bersani e gli anti Renziani doc. Cambiare opinione, si sa, è legittimo, anche se qui, dal centro alla periferia, c’è sapore di trasformismo ad uso e consumo del potere personale.

Tant’è. Il sindaco di Firenze vince ma la partita chissà quando finirà, se mai finirà, con gli “sconfitti” per nulla decisi ad accettare quel che succede e quel che succederà. Eloquente il titolo de l’Unità: “A Renzi il primo round” - come a prefigurare una partita tutta aperta - e ancor più il messaggio dello stesso “rottamatore”: “Quando io fui sconfitto da Bersani gli telefonai subito per complimentarmi con lui e ribadirgli il mio pieno appoggio, mentre Cuperlo non si è fatto vivo”.

Solo schermaglie? Chissà. Al netto dei personalismi e delle solite beghe di potere c’è una questione di fondo, politica: quale sarà il PD di Renzi? E cosa vorrà fare quel Pd dell’Italia? Cosa è davvero quel partito “maggioritario”, cosa è quel partito del “cazzeggio”?

Massimo D’Alema spesso sbrocca ma non ha torto quando di fatto prefigura un Partito Democratico “democristianizzato”, comunque un partito figlio della ex Margherita, non certo degli ex Ds. Di certo un partito senza "riferimenti" ideologici e strutturali, ma vicino nel mix fra quel che hanno fatto Berlusconi e Grillo.

Renzi vincerà comunque in carrozza: il leader del Pd in pectore non può però permettersi di sbagliare l’approccio, la delusione è un contagio rapido e già in queste ore il nodo scorsoio del caso Cancellieri potrebbe mandare tutto a carte quarantotto. Ma, ripetiamo, quel che ci aspetta da Renzi è la chiarezza sul piano politico, sull’identità del Pd, sulla sua strategia politico-programmatica, sulle alleanze politico-sociali, sulla collocazione in Europa e nel contesto internazionale.

Alcuni paletti sono stati conficcati nel terreno melmoso: il Pd renziano non sarà socialdemocratico, alzerà un muro a sinistra, saprà distinguere fra politica ed economia, farà saltare molti tabù chiudendo definitivamente l’era del partito strutturato e della nomenclatura a favore di quello liquido e del web. Meno sezioni ingessate e più immagine con un leader “messia”, ma scanzonato, biciclettaro, in maniche di camicia, tastierista sui social network.

Rivoluzione? Sì, rivoluzione annunciata e mal digerita da quel partito che fino ad oggi ha fatto il partito e fa il partito, nel bene e nel male.

Scrive oggi l’ex dalemiano Peppino Caldarola: “ Renzi rappresenta in fondo l’esito più conseguente dell’idea fondativa del Pd, partito di centro sinistra, privo di tabu e di miti, che da del tu alle vecchie tradizioni e anche ai vecchi potentati, nel partito e nel sindacato. I “vecchi” che lo appoggiano sono piombo nelle sue ali. Capisco che non si debba cacciare alcuno che ti appoggi ma certe conversioni a U sono assai poco accettabili. Renzi se non smonta i partiti personali, se non toglie peso a gente che non è mai stata in minoranza perché è sempre saltata sul carro del vincitore rischia di apparire, nel volgere di poche settimane, già invecchiato. Un conto è trovare un modus vivendi, non una cogestione, con Cuperlo, un altro è dare spazio non a chi naturaliter si trova sulla sua linea, penso ai veltroniani, ma a chi l’ha scelta opportunisticamente, tipo i franceschiniani e i dalemiani ravveduti. Quello che conta è tuttavia che Renzi in questa fase di campagna elettorale dica bene e con chiarezza qual è il cambiamento che vuole introdurre e che sia molto radicale. Non ci si aspetta da lui una segreteria di transizione o timida, ci si aspetta che rivolti il Pd come un calzino anche a costo di lacrime e sangue. La politica ha bisogno di questa imput forte per recuperare slancio”.

Fine della puntata. Ma la storia continua.

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