Renzi-Letta, due galli nel pollaio. Quando Amendola disse di Togliatti …

L’ora x è attesa per il 9 dicembre, cioè il giorno dopo le primarie del Pd, con l’incoronazione di Matteo Renzi a leader di un partito che ancora non si sa cos’è e dove va. Il segretario in pectore ripete che “poi” tutto muterà e non si capisce bene se è un augurio o una minaccia.


Fatto sta che il Partito Democratico sta già cambiando pelle, come dimostra proprio il successo del “rottamatore” nel primo round alle primarie dei circoli del partito “liquido” rispetto a quello tradizionale delle “tessere” e degli apparati. Per adesso, nelle parole del sindaco di Firenze c’è molta fuffa, un assordante e confuso bla-bla , un mix fra Berlusconi e Grillo, spesso propagandisticamente accattivante ma anche politicamente traballante.

Pare che Renzi si avvii a fare del pidì un partito di lotta e di governo, facile a dirsi nella logica dello sfasciare tutto alla Grillo, o quando – come nel Pci di Berlinguer – si è all’opposizione del governo nazionale ma alla guida delle principali regioni, province e comuni incidendo con oltre il 30% dei voti sulle scelte del Paese. Qui è diverso, con il Pd primo partito della coalizione e con il premier Letta, leader dello stesso partito di Matteo.

Si stagliano già i rischi dei due galli nello stesso pollaio e le mine che il segretario in pectore del Pd sta seminando nel percorso di Letta possono esplodere quanto prima, un vero e proprio boomerang per lo stesso Renzi, per il Pd e anche per il Paese.

L’obiettivo di Renzi, oramai una ossessione, è quella di presentarsi come l’uomo della provvidenza, prendere in mano il timone del partito per sbaraccare il governo e insediarsi a Palazzo Chigi. La “rottamazione” del partito è stata ed è solo uno slogan: il rinnovamento non è mai un fatto puramente organizzativo, tanto meno un fatto meramente generazionale perché l’organizzazione è sempre lo strumento di una politica. E Renzi, mettendo il carro davanti ai buoi, non convince rimescolando la stessa minestra nello stesso pentolone.

Un azzardo politico che può tramutarsi in una sciocchezza pericolosa perché rischia di destabilizzare il quadro politico e istituzionale senza avere nessuna alternativa credibile non solo nel gioco dei partiti ma soprattutto nel Paese reale, lasciato ai margini ad assistere al solito teatrino. Nei momenti cruciali, non basta una copertina discutibile su una rivista discutibile o un cinguettio su Twitter, per affermarsi leader di un grande partito.

Giorgio Amendola diceva di Palmiro Togliatti: “Lui voleva capire quanto si poteva aggiungere in più, oltre al livello “attuale” dell’opinione del partito, per portare tutto il partito a livelli di maggior consapevolezza senza perdere nessuno per strada e senza lacerare mai il tessuto unitario del partito e del Paese”.

Non farebbe bene anche a Matteo Renzi una … ripassatina sui classici?

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