Renzi, serve un leader, anzi uno statista, non un “trottolino”!

Mentre Silvio Berlusconi gioca le ultime carte della disperazione, in bilico fra il sacrosanto diritto alla difesa personale e politica e il ritorno di fiamma “spaccatutto” al limite dell’eversione, il Partito Democratico rischia di ripetersi, perdendo una battaglia già vinta.

I rulli di tamburo delle cordate legate a Renzi, Cuperlo e Civati e la guerra intestina delle sotto cordate in una lotta senza esclusione di colpi – fatta anche di tesseramento gonfiato e di propagazione del metodo Boffo contro questo o quello – non solo preparano il d-day dell’8 dicembre ma prefigurano un “dopo”, per nulla rassicurante, non escludendo persino la scissione fra la maggioranza “moderata” e innovativa di Renzi e l’ala minoritaria della sinistra interna.

Nel territorio, a cominciare dalle ex regioni rosse, si susseguono contatti e scontri per arrivare a fare nel Pd quel che ha fatto il Pdl, cioè il divorzio. I candidati alla segreteria sparano ad alzo zero: "Non siamo il volto buono della destra, siamo la sinistra", ammonisce Gianni Cuperlo. E Pippo Civati incalza Renzi: "Io voglio un partito che tenga dentro Sel, che guardi a tutto il centro sinistra, la mia non è una campagna elettorale, è una campagna politica: voglio recuperare anche chi ha votato Grillo, non vivo con snobismo".

In questo ennesimo bailamme il rischio è quello di sempre, tenere insieme con lo scotch un partito minestrone esclusivamente per questioni di potere, senza una leadership reale e riconosciuta, senza identità e senza progetto politico e programmatico.

Matteo Renzi, certo del trionfo nelle primarie dell’8 dicembre, gioca di sponda: “Non possiamo essere neppure il volto peggiore della sinistra” e alza il tiro, puntando i cannoni probabilmente dalla parte sbagliata, cioè contro Letta e il suo governo.

Nel momento della chiamata al caos del Cav, con la destra nel marasma e il Paese smarrito, c’è bisogno di un pungolo “salutare” che spinga Letta all’azione riformista con più determinazione non di una bomba H che mandi tutto a carte quarantotto. C’è bisogno di leader lucidi non di quaquaraquà che buttano benzina sul fuoco. A chi giovano le guasconate di Renzi quando minaccia: “Ho fatto il bravo finora, ma la pazienza è finita. O Letta fa come diciamo noi o … finish”?

All’Italia serve un Pd unito e con la barra dritta, per tirare il carro davanti a tutti, non per pontificare o lanciare ultimatum senza “sporcarsi” le mani. Bisogna gettare ogni maschera, mettersi apertamente in gioco, non ricercare facili consensi populisti, parlare chiaro agli italiani, fuori da schemi e logiche di beghe intestine, cui lo stesso “rottamatore” sembra prestarsi attivamente.

Detta più brutalmente, Renzi dimostri di essere un vero leader, la smetta di apparire come il nuovo “trottolino”. Un Pd così non va lontano. Non va lontano Letta e il Paese va diritto alle urne.

Insiste Massimo Cacciari nel ricordare che il problema non è ingegnarsi a tenere in piedi il Pd: "Il partito è fallito, anzi, non è mai nato". E’ il rintocco della campana a morto: l’ex sindaco di Venezia accusa i vertici di portare avanti una farsa perché "il partito non sarebbe in grado di fare una separazione consensuale”. Insomma, secondo Cacciari, tempo scaduto: "Bisognava farlo prima, il Pd doveva dividersi tra la sua componente ex democristiana e quella più di sinistra".

Chi rompe paga e i cocci sono suoi.

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