Decadenza Berlusconi: il giorno del giudizio. Dal manicheismo al pensiero unico

Lunga giornata a palazzo Madama. Il successore del Cavaliere è il pensiero unico.

Silvio Berlusconi: il giorno del giudizio

Ci siamo. Oggi è il giorno in cui il Senato deve votare la decadenza di Silvio Berlusconi. Ci sono voluti, dal giorno della sentenza di condanna definitiva nel processo Mediaset – solo uno dei tanti impegni di fronte alla giustizia di Berlusconi –, fra regolamenti e rallentamenti, quasi quattro mesi.

Tutti i riflettori politici del nostro paese, dunque, saranno puntati sull'aula di Palazzo Madama, dove Berlusconi ha un'intera giornata dedicata alla sua persona.

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E' il giorno del giudizio. Quello vero, quello definitivo: quello politico.

Perché di fronte alla magistratura Berlusconi, colpevole e condannato, continuerà sempre a mantenere quell'atteggiamento mediatico di chi grida al colpo di stato. Perché il Cavaliere ha provato a farsi Stato (come scriveva Giuseppe d'Avanzo), probabilmente per un po', per qualcuno, c'è anche riuscito. Ci è riuscito anche perché da più parti gli è stato permesso: quando qualcuno tenta di esercitare un potere assoluto, è perché ha come contraltare un vuoto assoluto (la citazione è dell'Avv. Valentini, aquilano, che commentava così l'esercizio d'imperio del potere da parte del Dipartimento di Protezione civile all'Aquila dopo il terremoto del 6 aprile 2009).

Oggi sono le larghe intese a essersi fatte Stato. E Silvio Berlusconi, alle larghe intese, non serve più. Così, a Palazzo Madama si consumerà – salvo sorprese dell'ultim'ora che tenderemmo a escludere – l'ultimo atto di Berlusconi nei palazzi del potere stesso.

Potrà, se vorrà, fare politica da fuori, come Beppe Grillo con il Movimento Cinque Stelle. Potrà arringare quel suo popolo che gli è rimasto fedele (si andrà presto alla conta, alle elezioni europee del 2014), ma intanto ha perso. Ha perso in tribunale, ha perso con la sua destra che si è scissa – e la scissione, per quanto formale, visto che anche il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano voterà contro la decadenza di Silvio, ha comunque un suo peso mediatico –, ha perso quando ha dovuto chinare il capo e votare la fiducia alle larghe intese, sconfitto dai due (ex) democristiani Letta e Alfano.

La lunga seduta a Palazzo Madama è il punto più basso della parabola discendente. Lui, il Cav, sogna l'ascesa eterna. Ma a giudicare non tanto dai colpi ricevuti, quanto dalle conferenze stampa sempre più confuse, dal suo essere sempre meno convincente – sembra passata un'eternità, dal Berlusconi che sfruttava l'assist di Santoro, che da torero del Servizio Pubblico si trasformava in toro incornato –, Berlusconi potrà al massimo fare un percorso di transizione con la sua Forza Italia, individuando il vero successore (perché Alfano si è chiamato fuori, e comunque non lo sarebbe mai stato). Ammesso che ci sia.

Lo sa anche lui, che scende in piazza (come titola, trionfante, il giornale di famiglia) ma al tempo stesso rinuncia allo speciale da Vespa.

L'Italia, dal canto suo, potrà liberarsi della schiavitù di parlare sempre e comunque di Silvio Berlusconi. I vantaggi per lo spirito critico delle persone? Enormi. I pericoli? Tantissimi: li stiamo già vivendo ogni giorno. Il ventennio (anti)berlusconiano ha azzerato l'interesse per l'approfondimento: le due parti in causa si sono affrontate a colpi di slogan, e a colpi di slogan hanno iniziato a parlare i politici.

Adesso le larghe intese sono lì a ricordare a chi avrebbe voluto parlar d'altro che, tutto sommato, tolto il paravento berlusconiano, il volto buono del potere, quello di chi dice "non c'è alternativa", non è per nulla rassicurante.

Facciamocene una ragione, esattamente come Berlusconi dovrebbe farsi una ragione della sua definitiva decadenza. Dal manicheismo passiamo al pensiero unico.

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