Pd, Bersani e Fassina suonano le trombe. Svolta o minestrone riscaldato?

I soliti criticoni anti Pd adesso, dopo le interviste rilasciate da Bersani al Sole 24 Ore e da Fassina al Foglio, non hanno più cartucce da sparare. L’amalgama del pidì – come ammonì a suo tempo il lider Maximo D’Alema – non sarà riuscita, ma, vivaddio, il “programma” finalmente c’è ed è un programma di governo, valido per la futura coalizione di centro-sinistra. Ma è proprio così?

Fassina tira alto, chiudendo la porta all’ingresso di nuovi governi tecnici dopo le elezioni del 2013, rimettendo in campo i partiti, cui spetta l’onore e l’onere costituzionale di guidare il Paese. Insomma, tradotto in due parole, il programma del responsabile economico del Pd è questo: no all’agenda Monti, no alla subalternità della politica nei confronti delle tecnocrazie italiane, europee e internazionali, sì al ritorno in campo delle idee portate e gestite dai partiti rinnovati.

Bersani, memore del suo passato, rilancia un mix di governo all’emiliana (sublime l'incontro fra tortellini, parmigiano, lambrusco...), un riformismo bon à tout faire, nel rispetto delle regole imposte dal capitalismo globalizzato, ovviamente da modificare grazie ai partiti nuovi, alla nuova Europa ecce cc. Tutto bene? Macchè!

Dov’è il realismo politico togliattiano? Dov’è il respiro politico, l’ancoraggio ideale e morale berlingueriano? Chi fa che e con chi e contro chi? La coperta è corta e se da una parte copri, dall’altra scopri. Chi rimane coi piedi al fresco? Né Fassina né Bersani ce lo dicono. Fatta l’Italia, si diceva, bisogna fare gli italiani.

Perché se è vero che adesso abbiamo un programma è altrettanto vero che manca tutto il resto, a cominciare dal Pd. Le lettere d’intenti non sono progetti politici. Questo Pd non regge né lo scontro delle idee (all’interno), né lo scontro politico (all’esterno). Le … “rivoluzioni” possono partire anche con una intervista o un pamphlet su un giornale (1973 Rinascita, Berlinguer sui fatti del Cile, avvio del compromesso storico) ma poi vanno fatte davvero, con una aperta lotta politica, con la gente.

Realismo politico significa analisi della crisi mondiale e dell’Italia, delle forze in campo, pro e contro, le alleanze possibili, con i partiti e soprattutto nella società reale. Qui manca la “selezione” e si rischia il solito, rancido minestrone riscaldato.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO