Forconi&C in piazza: spetta alla politica “fermarli”, non alla polizia. Renzi, sveglia!

Oggi a Roma lo spezzone più duro dei Forconi scende in piazza agganciando nella protesta la galassia di altri movimenti intransigenti con rischi di scontri e di caos nella capitale.

E’ l’anello di una catena che proseguirà perché questo è solo l’iceberg di una insoddisfazione e di un malessere più generale che c’è nel Paese, pur esprimendosi in modi diversi, dentro una forbice fra il mugugno da bar, la minaccia di non andare più a votare, il grido del “tutti a casa!”, a cominciare dal governo Letta, impegnato solo a mettere pannicelli caldi, inconsistenti a ribaltare una situazione a forte rischio.

La politica non coglie né tanto meno interpreta questi umori, anzi, ogni partito gioca le proprie carte strumentalmente in funzione dei propri interessi elettoralistici e di potere. A soffiare sul fuoco, con i peggiori rigurgiti di populismo, si trovano convergenti sia Grillo che Berlusconi (anche Salvini-Lega e rimasugli della destra estrema) i quali puntano tutto sulla destabilizzazione: via il governo ed elezioni politiche a maggio insieme con le Europee.

Inoltre, al di là delle rassicurazioni verbali, non è chiara la posizione del PD, con il neo leader Matteo Renzi per nulla convinto della bontà di questo governo, anche per questioni interne che attengono al futuro personale sia del rottamatore che del premier Letta, che non richiama l’immagine del lupo, ma piuttosto quello della volpe. Non bastasse, schierati contro il governo, si trovano i sindacati dei lavoratori e, ultima ma durissima, la Confindustria, con il “No” secco alla legge di stabilità.

Alla sicurezza (si fa per dire) di Letta che è certo di mangiare il panettone anche nel Natale 2014, si contrappone l’insoddisfazione di Napolitano, tanto da non escludere addirittura il forfait dal Colle.

L’attenzione è particolarmente rivolta verso il PD, con Renzi che tenta di dettare un’agenda col passo diverso per influire sugli indirizzi e sulle decisioni dell’esecutivo. Ma c’è il rischio del boomerang, il rischio di fare solo propaganda e di lasciare tutto come prima, con conseguenze facilmente intuibili per tutto l’ambaradan. Non basta qualche battuta, qualche presenza nei talk show tv, i cinguettii su twitter per dimostrare leadership combattiva, lungimirante, incalzante e in pari tempo costruttiva, capace di presentare proposte coerenti di soluzione positiva ai problemi reali dell’Italia, oggi e non domani. Per fare questo serve anche una pressione ben al di là dei giochini più o meno sottobanco dentro il Palazzo, pressione in Parlamento, nelle Istituzioni e soprattutto nel Paese, dai luoghi di lavoro alle piazze, Paese che non va lasciato in mano a chi cerca l’avventurismo al limite dell’eversione.

L’ordine pubblico non si mantiene solo con i manganelli della polizia: urge il segnale politico dei “fatti nuovi”. In questo senso Renzi e il Pd devono “sporcarsi le mani”, dentro una realtà in cui ci si può fare anche male. Ma alternativa non c’è, se non quella di lasciare il campo ad altri, magari non ai Forconi&soci della rivolta fine a se stessa, ma al ritorno del Cav, nel senso di una vittoria elettorale di un vasto schieramento di centrodestra, sempre diviso nel cammino ma unito nel menare contro l’avversario e nell’arraffare il potere.

In questa ottica la stessa stabilità del governo non può rimanere un tabù se non produce subito una svolta. Altrimenti lo stesso governo, nella spirale dell’immobilismo, potrebbe portare acqua a chi vuol far saltare tutto. Renzi deve parlare agli italiani con più sostanza politica, paventando – perché no? – persino la possibilità di un nuovo esecutivo con un indirizzo programmatico nuovo, ovviamente dopo le elezioni con la nuova legge elettorale da fare subito.

Si rischia altrimenti di rimanere in una logica di “illusione” governativa da Palazzo, di difendere alla fin fine il bidone di benzina vuota, non accorgendosi dei “barbari” già sotto le mura indifese. Renzi deve muoversi nella visione del possibile, non facendo concorrenza ai più scafati Grillo e Berlusconi sul terreno delle promesse e della demagogia: serve consenso degli italiani, servono alleanze, recuperando per primo quel “ceto medio” altrimenti a rischio deriva, in mano ai destabilizzatori. La storia dovrebbe pur insegnare qualcosa.

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