Papa Luciani “politico”. Ne parliamo con il biografo, Marco Roncalli

Albino Luciani veniva eletto papa il 26 agosto 1978

“Papa Giovanni Paolo I aprì la via ad una nuova speranza”, così è scritto sulla lapide commemorativa affissa sul palazzo del Patriarcato di Venezia. Il pontificato di papa Luciani, infatti, pur molto breve – solo trentatré giorni – si pone, come spartiacque e al contempo come elemento di unione, tra due pontificati molto forti: quello di Paolo VI e quello di Giovanni Paolo II.

Il cardinal Albino Luciani, patriarca di Venezia, diventava papa proprio il 26 agosto di trentaquattro anni fa: nel tardo pomeriggio di quel sabato romano, infatti, dopo un brevissimo conclave, i cardinali scelsero Luciani come 263° papa della chiesa cattolica.

Qual è stato il ruolo politico di Giovanni Paolo I? Quale la formazione politica e sociale c’è alle spalle del Papa del Sorriso? Lo abbiamo chiesto a Marco Roncalli, biografo di papa Luciani, che ha recentemente pubblicato un biografia del pontefice (Giovanni Paolo I. Albino Luciani, Edizioni San Paolo, 736 pagine, euro 34).

Marco Roncalli, Giovanni Paolo I. Albino LucianiAnche se solo per pochi giorni, Giovanni Paolo I è stato un capo di Stato. Da patriarca di Venezia ebbe a dire: “Non esigiamo – situati a destra – che la Chiesa conservi oggi, in un mondo profondamente cambiato, tali e quali gli atteggiamenti e i riti, che andavano bene nel medioevo… Viceversa cerchiamo di non essere – situati a sinistra – troppo audaci e di non compromettere l’unità della fede e della Chiesa”. Quali sono gli elementi specifici di Luciani del modo di concepire il “governo” della Chiesa?
Occorre interrogarsi sul fatto che anche Luciani proviene da quell'area regionale, da quel Veneto che in tempi più recenti ha dato alla Chiesa tre papi [Pio X – papa dal 1903 al 1914; Giovanni XXIII – papa dal 1958 al 1963, e Giovanni Paolo I, ndr], oltre a buona parte dei gruppi dirigenti del cattolicesimo politico e sociale 
italiano, dalle sue primitive versioni intransigenti (l’Opera dei Congressi) alle più moderne declinazioni transigenti (la Democrazia cristiana di De Gasperi e dei dorotei).

Come ho cercato di dimostrare nel mio libro, Luciani attraversa con consapevolezza e costante attenzione i
differenti contesti del suo tempo, ecclesiali, culturali, ma anche propriamente politici e sociali. Quelli di lui vescovo, con maggiori responsabilità, sono poi anche anni costellati da un’evoluzione delle scelte politiche, con parte dell’elettorato di area cattolica che guarda a sinistra e nel mio libro mi fermo appunto sui pronunciamenti del 
pastore che giudicano «danno spirituale non piccolo», il fatto – ad esempio – che «i cattolici portino acque alla Base», la corrente aperturista della Dc... Ma scandagliando scandagliando lungo i binari della fede e della politica ritroviamo qui Luciani sui terreni delle battaglie sul divorzio e l’aborto, dell’inconciliabilità di marxismo e cristianesimo (ribadita in vari modi alla vigilia degli appuntamenti elettorali) e della ridiscussione del Concordato. Rileggeremo Luciani tra Bettazzi e Berlinguer, don Franzoni e Lefebvre... Lo seguiremo nelle stagioni delle stragi e del terrorismo, una catena di omicidi che non risparmia Venezia (con l’uccisione della guardia giurata Franco Battagliarin).

Marco Roncalli, biografo di Giovanni Paolo IAlbino Luciani ha avuto una ben precisa formazione politica e sociale?
Da don Giulio Gaio, vicino al Partito popolare e antifascista, come pure 
da altri dei suoi insegnanti di ginnasio e di liceo, Luciani imparò in quegli anni a interessarsi un po’ alla politica (pur
 se indirettamente, visto che a chierici e preti si chiedeva di starne lontani). Durante gli anni del regime ha condiviso i brutti momenti attraversati dall'Azione Cattolica alla quale Mussolini cercava di impedire ogni forma di intervento, con conseguenze politiche, per certi versi vane... Subito dopo la guerra anche Luciani è entrato nella mobilitazione dei cattolici contro il pericolo comunista salutata con toni convinti da don Albino già in
molti articoli contro l’illusione della fiducia accordata all’alleanza socialcomunista, apparsi ripetutamente dall’inizio del 1947 e continuati sino alle elezioni politiche dell’aprile 1948. Durante gli anni del dopoguerra Luciani si è distinto nell'opera di ricostruzione morale di una intera generazione che poi ha avuto ruoli non secondari nella politica come nel sindacato. Ma proprio questi giovani spiegano bene il principio alla base del suo agire, non politico ma educativo. A questo va aggiunto il fatto che l’impegno manifestato ad extra da Luciani viene comunque da lui vissuto in spirito di servizio dall’interno della struttura ecclesiale. Ed è a questa che il 
suo sguardo è costantemente rivolto. A essa sente di dover prestare con la sua obbedienza tutto quello che può fare
, accettando ogni incarico assegnatogli. Magari oltre i suoi stessi limiti, ad esempio per quanto concerne la salute.

Quale potrebbe essere la cifra del centrista Luciani?
La vera cifra del "centrista Luciani", come nitidamente si staglierà durante il periodo del patriarcato a Venezia, si fonda sulla sua consapevolezza su cosa significasse essere vescovo in Italia, dopo il Concilio. Per 
lui, come ripeté chiaramente al vaticanista Giancarlo Zizola che mi piace ricordare, era questo: niente compromessi con la politica, il primato conferito alla liturgia e alla povertà nella Chiesa, curare la preparazione teologica dei preti, a costo di lasciare gli antichi manuali. Insomma, trasformare la Chiesa-castello in una Chiesa-missione, dentro un Veneto in cui la tentazione del fare politica e del pretendere la vecchia “leadership” culturale non ha perduto tutta la sua suggestione fra i preti: “La Chiesa che si rifà lievito nella pasta, d’accordo – diceva – ma senza nostalgie primitivistiche”.

Può raccontarci un aneddoto del Luciani politico?
Sul Luciani politico è interessante un ricordo del suo primo segretario a Venezia: «Ricordo una telefonata di un politico, nel 1970, in occasione della prima giunta veneziana di centrosinistra (sindaco sarà Giorgio Longo). Volevano incontrare il patriarca. Mi ha detto di rispondergli: “Se volete venire, il patriarca vi riceve; ma le scelte che fate siate capaci di farle in autonomia, perché siete cristiani, laici impegnati, uomini maturi”».

Detto questo, tra i vescovi che stanno alla larga dal potere politico non si faticherebbe a mettere ai primi posti proprio Luciani. E in ogni caso la sua tesi è questa: «Il 
rapporto con il potere politico va affrontato con grande equilibrio: la Chiesa deve insegnare, anche con i fatti, che l’autorità civile va rispettata, ma nello stesso tempo deve denunciarne gli eventuali abusi».

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