Crescita: mercato del lavoro. Il piano di Monti & Fornero

La riforma del mercato del lavoro del premier Mario Monti e del ministro Elsa Fornero è stata, nel bene e nel male, il simbolo dei provvedimenti presi dal governo dei Tecnici per cercare di tirare fuori dalle secche della crisi l'Italia. Per alcuni un primo tentativo di modernizzare una situazione ormai obsoleta, per altri un atto di forza che mira a smantellare i diritti dei lavoratori, in mezzo a tutto questo il totem sacro dell'Articolo 18.

Nel capitolo del documento Obiettivo Crescita dedicato alla "modernizzazione del mercato del lavoro" è chiarissimo quale sia la linea guida generale della riforma: aumentare la flessibilità in uscita (e cioè licenziamenti più facili) per avere in cambio una minore flessibilità in entrata (e cioè contrastare i finti contratti a progetto, le finte partite iva, ecc. ecc.). Parole ancora abbastanza generiche, però, per indicare quello che sembra un miraggio: aumentare l'occupazione e ridurre la precarietà per rilanciare la crescita.

Con la riforma, si sono create le condizioni per realizzare, anche in Italia, un mercato inclusivo e dinamico e per superare le segmentazioni che tendono a escludere o marginalizzare giovani e donne. L'obiettivo è di aumentare l’occupazione, ridurre la precarietà e diminuire i tempi della transizione tra scuola e lavoro e tra disoccupazione e occupazione. La creazione di nuovi posti di lavoro, infatti, è uno dei requisiti fondamentali per una crescita equilibrata

Tutto giusto, tutto bello. Ma come? Il secondo paragrafo scende un po' più nel dettaglio, ma senza esagerare. Forse per evitare di risvegliare le ire dei sindacati che nel mese di agosto sembrano essersi sopite.

La riforma, inoltre, favorisce la tutela del lavoratore nel mercato (piuttosto che il singolo posto di lavoro), e ne incentiva l'occupabilità e la produttività. Infine si riduce la flessibilità in ingresso, contrastando la precarietà a carico soprattutto di giovani e donne, e le rigidità in uscita. Con la riforma si è inoltre realizzata una radicale modifica del sistema degli ammortizzatori sociali, nella direzione, da lungo tempo indicata e mai attuata, della creazione di un modello di tutele più universalistico e più finalizzato all'occupazione.

Tutte dichiarazioni d'intento, ma leggendo tra le righe si capisce quali siano le direttrici della riforma: meno precarietà in entrata in cambio di licenziamenti più facili, maggiore formazione del lavoratore invece della tutela del posto di lavoro. Fin qui, gli obiettivi generali, da raggiungere seguendo 7 punti. Dopo tutto questo tempo e tutto il parlare che si è fatto della riforma del mercato del lavoro, mi sarei aspettato che venisse descritto un legame più diretto tra provvedimenti presi ed effetti attesi. Letti così, questi punti sembrano ancora tante belle promesse.

• Adottare i provvedimenti per rafforzare la partecipazione dei lavoratori
• Rafforzare i servizi per l’impiego, le politiche attive e l'apprendimento permanente
• Intensificare le azioni finalizzate a promuovere la formazione, la mobilità internazionale, l’inserimento nel mondo lavorativo dei giovani (attingendo a finanziamenti europei).
• Avviare iniziative atte ad accorciare i tempi della transizione scuola-lavoro e di quella tra gli stati disoccupazione-occupazione.
• Presidiare l’attività concernente gli ammortizzatori sociali, compresi quelli in deroga, per rispondere con tempestività alle esigenze sollecitate dalla perdurante recessione economica.
• Promuovere la stabilizzazione dei contratti a termine o di apprendistato

Foto | ©TMNews

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