Napolitano, solita “predica” nel deserto?

Il discorso di fine d’anno di Giorgio Napolitano rischia di lasciare le cose come prima, con i partiti trincerati sulle proprie posizioni e indifferenti alle sollecitazioni del presidente, con gli italiani per lo meno scettici, se non apertamente contrari.


Il capo dello Stato inizia il suo ottavo discorso dal Colle fotografando la dura realtà: "L'anno che sta per terminare è stato tra i più pesanti e inquieti che l'Italia ha vissuto da quando è diventata Repubblica", ma poi apre a uno spiraglio di ottimismo: "l'anno che sta per iniziare può e deve essere diverso e migliore, per il Paese".

Si potrebbe ricordare anni ben più pesanti di questo, a cominciare dagli ani ‘50 del dopoguerra, poi al 1960 segnato dai morti nelle piazze del governo Tambroni, alle turbolenze del ’68, al terrorismo degli anni ’70 fino all’assassinio di Aldo Moro, e così via. Il tutto, per decenni, con il mondo spaccato in due, con la guerra fredda che spesso sconfinava in conflitti sanguinosi (Corea, Viet Nam ecc), al limite di una non impossibile catastrofe atomica, come nel 1963 con la crisi di Cuba.

La differenza fra ieri e oggi sta sostanzialmente nella politica, allora capace di interpretare e orientare gli italiani pur nell’asprezza dello scontro ideologico, oggi totalmente assente, discreditata, rifiutata, politica palla al piede del possibile rilancio del Paese. Gli italiani hanno perso la fiducia. Questo è il nodo vero. E le responsabilità – vere e proprie colpe – sono della politica, ridotta a teatrino, troppo spesso volano del malaffare.

Le perplessità, se non proprio la sfiducia anche nei confronti di Napolitano, sta proprio qui: anche il capo dello Stato è oramai visto non come propulsore della politica anchilosata (per non dire peggio) ma come difensore dello status quo (quindi della casta), riconoscendogli i pungoli ripetuti che lasciano però il tempo che trova. Ecco perché lo stesso Napolitano rischia la retorica quando afferma: “l’anno che sta per iniziare può e deve essere diverso e migliore per il Paese”. Quali sono i presupposti perché questa non resti solo un auspicio senza seguito concreto di svolta vera, con riforme vere, con aria nuova in ogni angolo della vita del Paese, iniziando dal Palazzo, a tutti i livelli, avviando lo sviluppo nell’equità?

In questo quadro, si fa presto a passare dal bilancio preoccupato di questo pesantissimo 2013 a un 2014 disperato e disastroso. Davvero non si può essere più chiari rispetto alla riforma elettorale che i partiti “non vogliono” fare? Che senso ha insistere sul ruolo centrale del Parlamento quando questo parlamento è espressione del Porcellum, già bocciato dalla Corte? Che senso ha ribadire che serve un governo che abbia “continuità”, sponsorizzando Letta, se poi l’esecutivo fa melina e tira a campare senza incidere nella crisi?

In merito alle polemiche sul suo ruolo Napolitano ha chiarito citando lo spirito “distruttivo” di certe posizioni e sul cosiddetto travalicamento del suo potere ha definito “assurdo strapotere”, ricordando il motivo per cui, dopo aver esaurito il suo settennato, è stato richiamano in servizio. Lo ha fatto per evitare “la paralisi istituzionale”. Ma Napolitano ha sottolineato di averlo fatto per “il tempo necessario”. Non un minuto di più. Quando venne rieletto il Parlamento non era in condizione di eleggere un altro presidente. E adesso il presidente ha dichiarato che resterà al suo posto solo il tempo necessario e fino a quando le sue forze glielo consentiranno. Come non concordare qui con il Presidente?

Ma i partiti fanno finta di non sentire schiarandosi come da copione, rispetto alle posizioni di chi sta nella maggioranza e di chi sta all’opposizione. Il tentativo di Napolitano di non cedere alle lusinghe del voto anticipato, di tenere unito il Paese è ammirevole, ma con i partiti sordi al suo messaggio il rischio è che alla fine abbia buon gioco i “distruttori”: Grillo (anche Berlusconi), quanto meno con la possibilità di vincere le elezioni europee di maggio, anticamera del caos annunciato.

Il governo deve battere il colpo, voltando pagina, subito. Anche Matteo Renzi, ma da leader, non da giamburrasca. Il sistema Italia paralizzato non ammette più dilazioni di nessun tipo.

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